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Le montagne dell’Hajar, in Oman, non hanno nulla dell’immaginario con cui di solito si racconta l’innovazione. Niente vetro, niente campus, niente skyline da venture capital. Solo luce dura, rocce brune, vallate asciutte e un silenzio che sembra più geologico che umano. A guardarle da lontano, sembrano il contrario di una promessa. E invece è proprio qui, in un paesaggio lunare, che pare costruito per resistere a qualsiasi idea di futuro, che una startup ha trovato uno dei materiali più interessanti oggi nella corsa globale alla rimozione della .
La startup si chiama 44.01, come il peso molecolare dell’anidride carbonica. La sua scommessa parte dalla constatazione semplice dei tre giovani fondatori omaniti: l’Oman è ricco di una roccia molto particolare, la peridotite, una formazione ultramafica che reagisce naturalmente con CO₂ e acqua fino a trasformare il carbonio in minerali stabili. In natura il processo richiede tempi lunghi, 44.01 prova ad accelerarlo, perforando il sottosuolo, iniettando fluidi ricchi di CO₂ e facendo in modo che quella stessa CO₂ diventi pietra.
L’Oman non è solo lo sfondo della storia: è il motivo per cui questa storia esiste. La startup nasce in un Paese che ospita una delle più grandi formazioni di peridotite del mondo, e da lì costruisce una proposta che ha poco a che vedere con l’estetica leggera delle startup software. Questa non è una piattaforma, ma un’ipotesi industriale fondata sulla geologia.
Quando la geologia diventa startup
È anche per questo che 44.01 racconta qualcosa di più ampio del solo carbon removal. Racconta un fatto che sta diventando sempre più evidente: alcune delle startup climatiche più ambiziose non nascono dove si concentra soltanto il capitale, ma dove si incontrano geologia speciale, energia disponibile e pressione industriale. In Islanda, per esempio, il basalto ha reso possibile l’esperienza di Carbfix, pioniera della mineralizzazione in situ. In Kenya, Sirona Technologies e Cella hanno lanciato Project Jacaranda per combinare direct air capture e mineralizzazione nel basalto della Great Rift Valley. In Oman, invece, il “tesoro” nascosto sotto il deserto è la peridotite.
Qui serve una precisazione importante. 44.01 non è, in senso stretto, una pura DAC company (direct air capture). Non costruisce macchine per catturare CO₂ dall’aria. Il cuore della sua tecnologia è proprio la mineralizzazione: prendere CO₂ già catturata — dall’atmosfera, da fonti biogeniche o da industrie hard-to-abate — e trasformarla in roccia in modo permanente. In alcuni progetti questa tecnologia si abbina alla DAC; in altri lavora con emissioni industriali. La vera innovazione, nel suo caso, non è tanto nella cattura quanto nel sottosuolo.

Per una startup climatica, la differenza tra una bella teoria e una storia credibile sta nei test. Anche qui 44.01 ha qualcosa di più di una narrativa ben confezionata. Un paper pubblicato su Nature nel 2025 e rilanciato dall’azienda descrive un pilot test nella Samail ophiolite, Sultanato di Oman, in cui CO₂ catturata da un impianto di ammoniaca è stata iniettata in peridotite: secondo i risultati riportati, circa l’88 per cento della CO₂ iniettata si era mineralizzata in 45 giorni. La dimostrazione significativa del fatto che il meccanismo chimico al centro della promessa può funzionare davvero, e in tempi molto più rapidi di quanto la parola “geologia” farebbe immaginare.
Dalla prova al mercato
Da lì in avanti, 44.01 ha iniziato a comportarsi sempre meno come una startup sperimentale e sempre più come una società che cerca un posto in una filiera industriale nascente. Già nel 2023 aveva annunciato una collaborazione con Aircapture in Oman per un progetto DAC + mineralisation; nel 2025 ha chiuso un’estensione da 5 milioni di dollari che ha portato il totale del seriea A a 42 milioni di dollari, dopo il round guidato nel 2024 da Equinor Ventures insieme a investitori come Amazon’s Climate Pledge Fund, Siemens Financial Services, Climate Investment, il fondo di Sam Altman Apollo Projects. altri. Sempre nel 2025, Project Hajar ha ricevuto un premio XPrize, mentre negli Emirati – grazie alla partnership con ADNOC, una delle maggiori compagnie petrolifere mondiali – l’azienda ha iniziato a scalare il proprio sito di Fujairah fino a una capacità stimata di 25mila tonnellate di CO₂ l’anno per singolo pozzo e fino a 20 tonnellate al giorno di iniezione nel sito aggiornato.
Il valore aggiunto di 44.01 è che vende una promessa di permanenza. Nel carbon removal, questa parola conta più di quasi tutte le altre. Piantare alberi, migliorare i suoli, produrre biochar, costruire DAC, catturare emissioni biogeniche: ogni approccio di carbon removal vive dentro un equilibrio diverso di costi, scala, verificabilità e durata dello stoccaggio. La mineralizzazione, quando funziona, occupa la fascia più alta di quella gerarchia, perché punta a immobilizzare il carbonio in forma minerale stabile per secoli, non semplicemente a custodirlo per qualche tempo.
Il mercato dello stoccaggio della CO₂ rappresenta oggi un’opportunità di mercato da mille miliardi di dollari, ha detto il fondatore e ceo Talal Hasan in una intervista a un popolare podcast di startup (FWDstart). “Entro il 2030, il pianeta dovrà rimuovere un miliardo di tonnellate di dall’atmosfera e immagazzinarle in modo permanente nel sottosuolo. Per raggiungere gli obiettivi del 2050, ciò richiede un aumento di circa 100 volte della capacità di stoccaggio globale rispetto alla situazione attuale…considerare la tecnologia climatica come una corsa all’accaparramento di risorse a somma zero è una sciocchezza, il cambiamento richiederà uno sforzo collettivo colossale”. Non esiste quindi un problema di concorrenza in questo mercato, dove già sono presenti diverse realtà anche italiane come Limenet e CarpeCarbon.
Le sfide
Tra le altre cose, 44.01 è interessante perché mostra quanto il carbon removal stia diventando un ecosistema di soluzioni localizzate, ciascuna dipendente da una geografia, una filiera e un modello economico propri. Heirloom, negli Stati Uniti, accelera cicli di mineralizzazione legati al calcare; Carbfix ha reso famosa la trasformazione della CO₂ in pietra nel basalto islandese; Sirona e Cella stanno provando a fare qualcosa di analogo in Kenya con DAC e stoccaggio sotterraneo. 44.01 gioca la sua partita sulla peridotite omanita, e ora, sempre di più, fuori dall’Oman.
Negli ultimi mesi 44.01 ha annunciato i suoi primi passi nel continente europeo con due nuovi progetti: MiniCCS in Norvegia, avviato nel febbraio 2026, e DecarbFaroe nelle Isole Faroe, annunciato a marzo 2026. Il primo esplora la possibilità di uno stoccaggio onshore decentralizzato e su piccola scala nelle rocce mafiche e ultramafiche norvegesi. Il secondo, co-guidato con Equinor e Jarðfeingi, userà antiche formazioni di basalto nelle Faroe per testare la mineralizzazione come soluzione di CCS locale e distribuita. In entrambi i casi il messaggio è chiaro: 44.01 non vuole restare la startup “del deserto omanita”. Vuole capire se il modello può adattarsi ad altri contesti geologici, industriali e regolatori.
In Europa la rimozione del carbonio sta entrando in una fase meno teorica e più istituzionale. Il CRCF, il quadro volontario europeo per certificare carbon removals, carbon farming e carbon storage in prodotti, è stato adottato come regolamento UE nel 2024 e a febbraio 2026 la Commissione ha approvato le prime metodologie per i permanent removals più maturi, come DACCS, BioCCS e biochar. La mineralisation non è ancora tra le prime metodologie operative adottate, ma è esplicitamente elencata dalla Commissione tra i percorsi su cui l’UE sta valutando sviluppi futuri. Per startup come 44.01 questo significa che la partita non si giocherà solo sulla chimica o sulla geologia, ma anche sulla capacità di entrare in un sistema di certificazione, misurazione e fiducia pubblica.

Startup come 44.01, naturalmente, non eliminano la necessità più urgente: ridurre le emissioni alla fonte. Su questo non ci sono scorciatoie. Anche perché, nonostante i progressi compiuti in alcuni paesi, i dati più recenti di Climate TRACE mostrano che nel 2025 le emissioni globali di gas serra sono ancora aumentate dello 0,5%, pari a 303,19 milioni di tonnellate di CO₂e, raggiungendo un nuovo massimo di 60,63 miliardi di tonnellate di CO₂e.

Per questo la rimozione del carbonio non è un’alternativa alla riduzione delle emissioni, ma un suo complemento sempre più necessario. Tra le opzioni oggi in campo, la mineralizzazione è una delle più promettenti: se dimostrerà di poter scalare, 44.01 potrebbe offrire una risposta a un problema molto preciso, come rendere permanente la rimozione di CO₂ in modo veloce, low-cost, scalabile, utilizzando energia rinnovabile.
Sicuramente, la trasformazione della in rocce ha qualcosa di affascinante da un punto di vista concettuale: riparare un parte del danno, con una soluzione ispirata alla natura, sempre una grande maestra.
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