Intervista

Come funziona lo Startup Studio, il caso Mamazen

‘Lo startup studio è un processo’, Farhad Alessandro Mohammadi, Ceo dello Startup Studio Mamazen (che è anche una società benefit) racconta a Startubusiness come funziona questo modello e come crea valore

08 Lug 2021

In Italia c’è ancora una scarsa letteratura sugli Startup Studio noti anche come Venture builder di cui qui abbiamo fatto un’analisi del panorama italiano. Le stesse istituzioni pubbliche sono scoraggiate a parteciparvi e quindi a finanziarli per l’insufficiente conoscenza sulla loro capacità di avere successo.

Per approfondire meglio la questione degli Startup Studio in Italia abbiamo parlato con il Ceo di uno dei Venture builder attivi oggi: il fondatore di Mamazen, Farhad Alessandro Mohammadi.

Come nasce Mamazen?

“La mia storia è abbastanza eclettica. A livello imprenditoriale ho lavorato come direttore vendite di Bakeca.it (copycat di Craigslist). Poi ho svolto il ruolo di direttore commerciale in Glamoo, che dopo un anno e mezzo ha fatto exit con Pagine Gialle. Successivamente per diversi anni ho fatto consulenza per la digitalizzazione di diverse Pmi nel settore della medicina estetica e nel 2013 sono stato il co-fondatore di una startup, Pony Zero, che, nonostante un totale di finanziamenti del valore di circa 800 mila euro, al terzo anno era già arrivata a fatturare mezzo milione, e al quinto 6, per poi essere acquisita lo stesso anno da Cigierre. Insomma dopo la prima exit come manager ho fatto la prima exit come fondatore. – racconta Farhad Alessandro Mohammadi.

“Poi insieme a uno dei soci di Pony Zero abbiamo fondato e finanziato per intero Mamazen.  Mamazen in realtà era un’idea che avevo già avuto nel 2011, ma all’epoca non sapevo nemmeno che cosa fosse uno Startup Studio o che si chiamasse in tal modo. Io desideravo solamente che chiunque uscisse dall’ azienda per creare un proprio prodotto avrebbe poi potuto utilizzare le risorse della stessa azienda per poterlo lanciare. Ma all’epoca non avevo ancora maturità per mettere in pratica una tale idea, eppure continuavo a guardare tutti i modelli possibili, dall’incubatore, acceleratore, all’operation VC. Poi pian piano ha preso sempre più forma. Allora ho incominciato ad analizzare il mercato guardando alle sue esigenze e un giorno raccontandolo a un amico, nonché cliente di una mia precedente startup, lui mi dice “sì, lo startup studio”! E allora subito a domandargli cosa fosse, quali fossero, come funzionassero. Da lì incominciai a contattare tutti quelli che trovavo, circa una settantina, per analizzarli e studiarli. Ho contattato anche Idealab e ho potuto parlare con lo stesso Bill Gross. Mi sono messo in contatto pure con Science, i creatori di Dollar Shave Club venduta per un miliardo di dollari a Unilever, uno dei fondatori di Science oggi è nostro advisor e ha siglato un contratto di work for equity con Mamazen. All’epoca c’erano un centinaio di Startup Studio, oggi ce ne saranno almeno 600″.

Quali sono le caratteristiche e requisiti che devono avere le vostre startup e le tendenze/bisogni del vostro startup target?

All’inizio, quando Mamazen non era ancora nata, la mia intenzione era quella di creare tre startup l’anno; poi la rete di startup studio che ho contattato, quella settantina, mi ha fatto comprendere che fosse meglio farne una l’anno prima di scalare le operazioni. Quest’anno creeremo la nostra holding di investimento dove raccoglieremo 10 milioni di euro da alcuni nostri partner. Uno dei miei soci in Cda viene da AntaiVenture Builder, che fra le varie cose, ha co-fondato Glovo. Ci sono poi i miei ex colleghi di Bakeca. Il settore in cui ci concentriamo è quello delle Pmi e soprattutto delle piccole imprese, perché sono quelle che hanno il mercato più frammentato, il problema della digitalizzazione dei processi e quello di reperire i clienti: non possiedono il know-how per continuare a stare nel mercato. Il nostro obiettivo è metterli in contatto e quindi creare la migliore esperienza per il consumer da un lato, e dall’altro un aiuto all’impresa. Mamazen è infatti anche società benefit, quindi per noi è fondamentale creare imprese che portino un impatto positivo”.

Come avete affrontato il 2020, l’anno della piena pandemia?

“La risposta migliore da darti è quella di aver creato e lanciato in piena pandemia una startup che ha chiuso dieci contratti nelle prime due settimane di vita, si tratta di Homstate che ora ha cambiato nome in Inpoi. Poi abbiamo osservato molto. Era importante osservare i cambiamenti: nel momento di una crisi devi osservare, capire dove si creano le opportunità, e poi via, muoversi subito. Tutto ciò stando sempre attento ai falsi trend. Ogni anno facciamo market research, ovvero 4 settimane che dedichiamo a capire quali siano le tendenze e opportunità di business; segue poi una parte di custom discovery, dove intervistiamo, sentiamo e capiamo attraverso un processo interno se i problemi che tendono ad emergere dalla ricerca di mercato sono reali o meno. Se ci sono, a quel punto si passa ad una fase di ideation dove tentiamo di trovare dei reali servizi che potrebbero colmare quelle esigenze; dopodiché risentiamo le stesse persone per capire se quello che abbiamo ideato realmente colma quelle esigenze. Se l’esito è positivo, allora passiamo alla creazione del prodotto, e quindi alla ricerca e individuazione di quello che sarà il co-fondatore e il/la Ceo della startup cui gli verranno date quote e compenso. Devono provenire da un fast growing environment, ovvero da ambienti veramente sfidanti e devono avere la voglia di fare qualcosa di diverso. Chiediamo molto commitment. Con un tale processo ti porti sempre dietro i clienti, seguimi: se il progetto è andato bene al cliente nel modo con cui l’hai realizzato, nel momento in cui gliene proponi un altro, ecco che ti seguirà nuovamente. È come il tennis: puoi avere un tennista di talento che ha un buon team, un buon coach o fisioterapista, e va a giocare, un’altra cosa è invece il tennista di talento con lo stesso team da anni che funziona dopo aver fatto innumerevoli partite, che sa la partita in cui può perdere e quella che non può perdere, ecco, quello è uno startup studio. Puoi creare una startup che può andar bene, magari per fortuna, poi puoi farne una seconda grazie magari al talento, ma farne una terza che funzioni, beh, ci vuole un processo: questo è lo startup studio”.

In Italia ancora oggi diversi Cfo guardano al classico modello di startup legato a incubatori o acceleratori, e non agli startup studio, come fonte di business, ma semplice consulenza che già loro stessi possono offrire. Cosa consiglieresti a costoro?

“Se conosci gli startup studio sai grazie ai dati la loro essenza: Idealab ha lanciato 150 startup, hanno fatto 47 exit di cui 35 sono Ipo al Nasdaq. Science ha creato Dollar Shave Club che dopo tre anni è stata venduta per un miliardo di dollari a Unilever. Ora, il tempo medio di exit di una startup in uno studio è di 4,3 anni; mentre per le startup tradizionali è il doppio. Negli Startup Studio le exit hanno valori più alti e i round si fanno prima. E se io ho investito in uno Startup Studio che ha creato una startup la quale ha avuto successo, tendo a reinvestire sempre in quello Startup Studio che ha quel team e quel processo. Guarda Netflix: se esce una nuova serie magari non è la migliore, tendenzialmente è buona, e soprattutto è ripetibile, il suo effetto è ripetibile. Guarda Valentino Rossi: quando è passato dalla Honda alla Yamaha si è portato dietro tutto il suo team.

In Italia c’è bisogno di Startup Studio oppure è un Paese più fertile per i Corporate venture builder?

Al momento, in ambito europeo l’Italia è forse la nazione che ne ha più bisogno, perché manca il deal flow. In Italia in ambito startup c’è bisogno di tante cose. I Cvb sono interessanti ma il mercato in Italia non è ancora così maturo. In Italia c’è un problema di ecosistema, anche se sta migliorando e lo si vede anche nelle dimensioni dei round di investimenti, ma se lo startupper pensa ancora di puntare solo al mercato italiano, non può aspettarsi che i VC investano subito su di lui. E allo stesso tempo, se tu VC tiri troppo la corda, non puoi aspettarti che lo startupper alla Zuckerberg venga da te. C’è bisogno di aprire la mente per i VC e anche per gli Startup Studio e per gli startupper, tutti noi dobbiamo puntare a startup che abbiano un respiro europeo. C’è bisogno pure che le corporate capiscano quanto sia importante non solo fare Venture building, ma anche acquisire, il merge, fondersi, creare realtà più grandi e uscire dal proprio giardino. Non è importante fare la parte del leone, ma crescere. Questo è dove gli americani ci superano. Usiamo le nostre potenzialità e limiamo le nostre debolezze e allora anche l’Italia che è un vivaio di menti eccezionali potrà fiorire”.

(Photo by Johannes Plenio on Unsplash )

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