Defensetech, la guerra dei robot e dei droni è già iniziata

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Occuparsi di startup significa occuparsi di futuro. Per me ha sempre voluto dire chiedersi come la tecnologia possa migliorare la società, creare lavoro, aprire opportunità, generare nuove economie, rendere i territori più forti e le persone più libere.

Poi arriva un punto in cui questa domanda incontra un confine scomodo.

Negli ultimi anni, dentro bandi europei, call pubbliche, programmi di ricerca, partnership industriali e progetti di innovazione, sono comparse sempre più spesso parole che fino a poco tempo fa sembravano laterali rispetto al lessico degli ecosistemi startup: sicurezza, sistemi autonomi, intelligenza artificiale, cybersecurity, robotica, droni, resilienza, tecnologie dual use.

In una parola: defensetech.

Un drone salva vite o le toglie?

La domanda cambia forma. Quanto vale l’idea di “migliorare la società” quando l’innovazione serve anche a difendere, colpire, sorvegliare, anticipare, neutralizzare? Un drone armato salva vite o le toglie? Un robot terrestre che porta munizioni al posto di un soldato è una conquista umana o un altro passo verso la disumanizzazione della guerra?

La risposta non è semplice. E forse non deve esserlo.

La guerra in Ucraina ha accelerato tutto: in modo brutale, visibile, misurabile. Startup Genome, nell’analisi How Conflict Rewires Startup Ecosystems, lo racconta con chiarezza: il conflitto non si limita a danneggiare gli ecosistemi dell’innovazione, li ricabla. Sposta capitali, talenti, priorità, policy, filiere e mercati. In tempo di guerra, la velocità dell’innovazione non è più soltanto un vantaggio competitivo: diventa una capacità strategica.

Non bisogna dimenticare che la tenuta ucraina è stata resa possibile anche dall’apporto di tecnologie private. Il caso Starlink, fornito da SpaceX di Elon Musk, ha mostrato quanto una tech company possa incidere sulla resilienza di un Paese in guerra, garantendo connettività, coordinamento e continuità operativa in condizioni estreme.

Il caso ucraino è oggi il laboratorio più evidente di questa trasformazione. I cicli tradizionali di procurement, misurati in anni, non reggono quando il campo di battaglia cambia ogni settimana. Le startup, invece, sanno fare una cosa che le grandi organizzazioni faticano a replicare: prototipare, testare, correggere, iterare, dispiegare.

Droni low-cost, sistemi autonomi, intelligenza artificiale, cybersecurity, logistica, sensori, comunicazioni satellitari e infrastrutture digitali non sono più soltanto verticali tecnologiche. Diventano componenti della resilienza nazionale.

Per capire davvero cosa significa questa trasformazione, però, non basta guardare i numeri. Bisogna guardare le immagini. Nel video-podcast La guerra dei droni | Stories Video di Cecilia Sala dall’Ucraina, diviso in due parti, Sala entra nella nuova geografia del fronte: la “kill zone”, il corridoio di guerra in cui droni, sensori e sistemi senza pilota hanno cambiato il modo di combattere. È una visione necessaria, anche disturbante. Una cosa è parlare in astratto di innovazione militare, un’altra è vedere i piloti, i sistemi a punti, le immagini caricate dai reparti, i frammenti di vita e di morte trasformati in dati operativi.

La guerra dei robot e dei droni non appartiene più alla fantascienza. È già cominciata.

I numeri: da 1,5 milioni di droni a 7 milioni in due anni

Ed è qui che il defensetech smette di essere una nicchia e diventa una nuova infrastruttura industriale.

Nel 2024 il ministero della Difesa ucraino, insieme al Servizio statale per le comunicazioni speciali, ha acquistato oltre 1,5 milioni di droni. Per il 2025 ha stanziato oltre 110 miliardi di grivnie (circa 2 miliardi di euro, ndr) , puntando su una capacità industriale nazionale stimata in circa 4,5 milioni di FPV. Per il 2026, Kyiv ha dichiarato l’obiettivo di produrre oltre 7 milioni di droni: un salto che, secondo le stime più recenti, arriva dopo i circa 4 milioni prodotti nel 2025 e i 2,2 milioni del 2024. In tre anni la produzione è più che decuplicata.

Non è solo uso della tecnologia. È costruzione di filiera

E qui si apre una domanda ancora più grande: cosa ci sta insegnando l’Ucraina?

Parliamo di un Paese sotto enorme pressione, attraversato da una guerra che ha distrutto vite, infrastrutture, imprese, capitale umano. Eppure, proprio dentro questa crisi, l’Ucraina sta costruendo qualcosa che potrebbe sopravviverle. Se domani mattina la guerra finisse, quale patrimonio industriale e tecnologico resterebbe? Forse uno dei più avanzati ecosistemi europei dedicati al DefenseTech.

In pochi anni il Paese ha messo insieme ricerca, procurement, sperimentazione sul campo, produzione industriale, startup, venture capital, università, grandi imprese e istituzioni. Un modello nato dall’emergenza, ma destinato probabilmente a vivere anche dopo la guerra.

“Le macchine non sanguinano”: dal cielo alla terra

La stessa logica si sta spostando dal cielo alla terra. I robot terrestri, o UGV, trasportano munizioni, evacuano feriti, fanno ricognizione, consegnano rifornimenti e, in alcuni casi, combattono. Il punto non è fantascientifico. È logistico. Prima, per portare centinaia di chili di munizioni in avanti, servivano uomini esposti ai droni nemici. Ora può partire una macchina. Se viene distrutta, l’esercito perde un mezzo, non una squadra.

La formula che torna dai racconti del fronte è brutale: le macchine non sanguinano.

Gli alleati imparano in fretta

Anche gli alleati stanno accelerando. Il Regno Unito ha annunciato a metà giugno un pacchetto da 752 milioni di sterline che include 150 mila droni di produzione ucraina per Kyiv, oltre a più di 350 missili e sistemi radar per la difesa aerea, finanziati dal prestito ERA da 2,26 miliardi di sterline garantito dai proventi degli asset russi congelati. Londra ha inoltre previsto oltre 5 miliardi di sterline per droni e sistemi autonomi nel proprio Defence investment plan.

Bruxelles si muove nella stessa direzione. Il Fondo europeo per la difesa ha selezionato 57 progetti nel ciclo 2025, per un investimento di 1,07 miliardi di euro destinati anche a IA, cyber defence, droni e sistemi counter-drone, con il coinvolgimento di 634 soggetti da 26 Paesi UE e Norvegia. Il progetto DECODER, dedicato a droni e contro-droni, coinvolge invece 26 Paesi UE, Norvegia e Ucraina, con un fabbisogno di investimento indicato dai partecipanti tra 3,5 e 5 miliardi di euro entro il 2033.

Il capitale privato segue, e in modo sempre più deciso. Secondo il report Dealroom-NATO Innovation Fund, le startup europee di difesa, sicurezza e resilienza hanno raccolto 8,7 miliardi di dollari nel 2025, il 55% in più rispetto all’anno precedente. Quantum Systems, azienda tedesca specializzata in droni e sistemi autonomi, ha chiuso all’inizio di luglio un round da 1,2 miliardi di dollari, raggiungendo una valutazione di circa 8 miliardi. Reuters e altri osservatori definiscono queste nuove aziende “neo primes”: realtà capaci di sfidare i grandi contractor tradizionali con tecnologie più rapide, modulari e software-driven.

Anche l’Italia si muove, Fincantieri e i fondali

La partita riguarda anche l’Italia. Fincantieri ha annunciato l’acquisizione di quote di maggioranza in quattro società italiane — Next Geosolutions, WSense, Graal Tech e Defcomm — attive nelle tecnologie subacquee, nei droni marini e nelle comunicazioni underwater, con un investimento iniziale di circa 600 milioni di euro. È un segnale forte: fondali, cavi sottomarini, infrastrutture energetiche e reti critiche diventano parte della sicurezza nazionale, in una logica dichiaratamente dual use.

La parola chiave, però, non è più soltanto “arma”. È “piattaforma”. Il defensetech contemporaneo è fatto di software, dati, sensori, filiere, procurement accelerato, capitale paziente e sperimentazione continua. È più vicino al deeptech che alla difesa tradizionale. È più industriale che puramente digitale. È più geopolitico che finanziario.

La domanda etica che non possiamo evitare

Proprio per questo non possiamo limitarci all’entusiasmo. Per chi lavora nell’innovazione, la domanda etica è inevitabile. Non basta dire che una tecnologia è dual use. Bisogna chiedersi chi la usa, con quali regole, con quale accountability, con quali limiti, con quale visione politica.

Difendere persone, infrastrutture e società democratiche è una necessità. Trasformare la guerra in un mercato permanente dell’innovazione è un rischio. La linea è sottile. Attraversarla senza discuterne sarebbe il modo peggiore di fare innovazione.

Il punto di policy è cruciale: non basta chiedere alle startup di contribuire alla difesa o alla ricostruzione. Bisogna costruire procurement accessibili anche alle organizzazioni piccole, framework di responsabilità compatibili con la sperimentazione rapida, strumenti di investimento dual use, percorsi di certificazione chiari e canali di collaborazione tra ricerca, industria, Stato e capitale privato.

Per l’Italia, la sfida è doppia: da un lato valorizzare competenze già forti — aerospazio, navalmeccanica, elettronica, cybersecurity, robotica, sensoristica, energia, materiali avanzati — dall’altro evitare che le startup restino intrappolate tra burocrazia, frammentazione dei fondi e distanza dai grandi programmi pubblici. Il defensetech può diventare una filiera strategica nazionale solo se sarà trattato come ecosistema, non come somma di bandi.

Chi saprà governarlo?

La guerra non genera innovazione in modo automatico. La guerra distrugge. Ma costringe gli ecosistemi a cambiare velocemente. Chi ha già costruito ponti tra ricerca, startup, industria, capitale e procurement pubblico reagisce meglio. Chi non li ha costruiti scopre la propria fragilità quando l’urgenza è già arrivata.

La vera domanda, allora, non è se il DefenseTech crescerà. Sta già crescendo. La domanda è chi saprà governarlo. Con quali regole. Con quali capitali. Con quali competenze. E soprattutto con quale idea di futuro.

Perché occuparsi di startup significa ancora occuparsi di futuro. Ma oggi, sempre più spesso, significa anche decidere quale futuro siamo disposti a costruire.

Fonti:

Startup Genome — How Conflict Rewires Startup Ecosystems

Cecilia Sala — La guerra dei droni, Stories Video, Parte 1 · Parte 2

Militarnyi — obiettivo 7 milioni di droni nel 2026

GOV.UK — pacchetto da 752 milioni di sterline e 150.000 droni per l’Ucraina

Commissione europea — Fondo europeo per la difesa, 57 progetti 2025

Reuters — proposta dei cinque progetti europei di difesa (DECODER)

NATO Innovation Fund / Dealroom — 8,7 miliardi di dollari raccolti nel 2025

Dealroom — Europe guide, 63,9 miliardi di dollari nel 2025

Reuters — Quantum Systems, round da 1,2 miliardi di dollari

Fincantieri — comunicato ufficiale sulle acquisizioni underwater

Antonio Prigiobbo è designer e giornalista dell’innovazione, manager e social investor. Su Startupbusiness scrive di innovazione, ecosistemi e design. (l’immagine è creata dall’autore con strumenti di IA)

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