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Ci sono luoghi dove la geopolitica si legge meglio che sui giornali. Fruit Logistica è uno di questi.
Berlino, Messe. 26 padiglioni. 2.600 espositori da oltre 90 paesi. 67mila visitatori attesi da 151 nazioni. L’82% sono decision-maker: buyer della GDO, responsabili acquisti, CEO. Qui non si viene a guardare. Si viene a comprare, a vendere, a decidere cosa finirà sugli scaffali dei supermercati di mezzo mondo nei prossimi dodici mesi.
È la fiera più grande del pianeta per il settore ortofrutticolo. Ma ridurla a “frutta e verdura” sarebbe come dire che il CES di Las Vegas parla di gadget. Fruit Logistica parla di potere. Il potere di nutrire le persone.
L’Ucraina e la Palestina sotto lo stesso tetto. La Russia no
L’Egitto ha un padiglione intero, quasi 100 espositori, record di crescita. La Cina ha aumentato la presenza del 33%. La Turchia del 12%. Israele, nonostante tutto, del 20%. E poi ci sono l’Ucraina e la Palestina. Nello stesso edificio. A pochi corridoi di distanza.
La Russia, invece, non c’è. Non può esserci. Messe Berlin ha bannato gli espositori russi e bielorussi dal marzo 2022, in linea con le sanzioni europee. Un’assenza che pesa, in una fiera dove l’agricoltura dimostra di essere l’unica infrastruttura che non si ferma mai. Nemmeno sotto le bombe.
Perché l’agricoltura non si ferma. Non può fermarsi. È l’infrastruttura che viene prima di tutte le altre. Prima dell’energia, prima delle telecomunicazioni, prima dei trasporti. Puoi vivere senza internet. Non puoi vivere senza cibo.
Camminare tra questi padiglioni significa vedere la globalizzazione per quello che è davvero: non un concetto astratto, ma cassette di arance marocchine, datteri sauditi, mirtilli peruviani, mele polacche, kiwi neozelandesi. Significa capire cosa avremo sugli scaffali. Cosa mangeremo. E chi decide per noi.
L’innovazione non è quella che pensi
Quando si parla di innovazione in agricoltura, il pensiero corre ai droni, all’intelligenza artificiale, ai sensori nei campi. A Fruit Logistica scopri che l’innovazione vera è altra.
È la cold chain, la catena del freddo che permette a un avocado messicano di arrivare a Monaco di Baviera ancora maturo al punto giusto. È il packaging che allunga la shelf life di una settimana. È la logistica che ottimizza i container. È il coating che protegge la frutta dalle muffe.
Le grandi aziende italiane qui ci sono. Fanno biotech, robotica, automazione. Sono nei padiglioni principali, con stand da centinaia di metri quadri. Le startup? Cercatele. Sono nella “Startup World”, un’area dedicata che quest’anno è stata espansa a tre giorni. Sulla carta, un segnale positivo. Nella pratica, una manciata di stand in un angolo che i buyer non incrociano mai.
Il paradosso italiano
L’Italia è il Primo paese per numero di espositori. Oltre 400 aziende. Di fatto, una fiera nella fiera. Ma c’è qualcosa che stride.
Entri nel padiglione Italia e senti parlare italiano. Ovunque. Accenti del Nord, cadenze del Sud, dialetti. I meeting sono tra italiani. Le strette di mano sono tra connazionali. Le trattative sono in italiano.
Mi fermo ad ascoltare due imprenditori. Parlano di quarta gamma, l’insalata già lavata e imbustata, quella che trovi al supermercato pronta da condire. “Sì, la quarta gamma è buona, fa guadagnare di più. Ma poi devi comprare i macchinari, fare le certificazioni… Meglio che io vendo l’insalata a quintali.”
Ecco. In una frase, il ritratto di un pezzo d’Italia. L’innovazione c’è, la si conosce, si sa che funziona. Ma il salto non si fa. Meglio il quintale. Meglio il noto.
Sei a Berlino. La fiera più internazionale del mondo. E stai ascoltando una conversazione che potresti sentire al bar di provincia.
Cammini qualche centinaio di metri. Entri nel padiglione olandese. Altra aria. Inglese ovunque. Buyer tedeschi che parlano con esportatori sudamericani. Distributori scandinavi che trattano con produttori spagnoli. Internazionalizzazione vera.
Tre startup su 2.600
Le startup italiane presenti nell’area dedicata si contano sulle dita di una mano. Tre. Active Label, Farmeo, Agreenet. Soluzioni concrete, prodotti veri, non hype. Ma tre su 2.600 espositori. In una fiera dove l’Italia è il primo Paese per numero di espositori totali.
Il problema non è la qualità. È la rappresentanza. È il sistema che non le porta qui. È l’ecosistema che non le supporta.
Domani, secondo giorno. Andrò a cercare quelle tre startup. A capire perché sono qui, cosa cercano, cosa si aspettano. E cosa ci dicono del rapporto tra l’Italia e l’innovazione nel settore che, più di ogni altro, dovrebbe essere il nostro.
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