PickEat elimina le code allo stadio e trasforma ogni vendita in dati

Continua il viaggio alla scoperta delle aziende genovesi e liguri che fanno innovazione in collaborazione con Fondazione Genova Startup

Sono le 19.47, mancano dieci minuti all’intervallo. In tribuna, diecimila persone stanno già calcolando se riusciranno ad arrivare al bancone, ordinare, pagare e tornare al posto prima del secondo tempo. La risposta, di solito, è no. Quella coda fastidiosa, lenta, inevitabile è il problema che Giacomo Perazzo ha deciso di risolvere. Un problema che è diventato un’azienda. 

Perazzo (nella foto), 28 anni, CEO e co-fondatore di PickEat, la definisce con precisione chirurgica: “una storica inefficienza operativa trasformabile in asset commerciale ad alto margine”. Non è il linguaggio romantico delle startup da copertina. È il linguaggio di chi ha studiato il problema dall’interno e ha costruito uno strumento per risolverlo.

Il meccanismo di PickEat è volutamente semplice sul fronte utente: si scansiona un QR code dal proprio sedile o si apre un link condiviso dal club e si accede a una web-app senza dover scaricare nulla. Si ordina, si paga, si sceglie quando e dove ritirare. Fine.

Dietro questa semplicità c’è un algoritmo proprietario di load-balancing che analizza in tempo reale la capacità produttiva delle cucine e distribuisce i flussi di ordini per evitare i picchi. Il risultato: lo staff non va in sovraccarico, i tempi di attesa si comprimono e il tasso di adozione ha raggiunto il 24%, misurato su partner come Varese Basket, squadra impegnata nel massimo campionato italiano. Ma soprattutto, lo scontrino medio è triplicato.

Il posizionamento di PickEat non è quello di una “semplice” app per ordinare, ma quello di un sistema operativo logistico per la venue. La distinzione è importante, perché cambia radicalmente il modello di valore per il cliente che non è il tifoso, ma il club.

Ogni ordine digitale diventa un dato profilato che entra nel CRM del club. Il sistema raccoglie il 100% delle transazioni e le analizza per costruire modelli di demand prediction: quante birre venderemo sabato sera se piove e la partita vale la Champions? L’obiettivo dichiarato è prevedere gli ordini dei singoli spettatori basandosi sullo storico, sul giorno della settimana, sull’orario, sulle condizioni meteo, sull’importanza del match.

A questo si aggiunge una nuova inventory per gli sponsor: banner nell’interfaccia di ordinazione, coupon mirati, persino il naming right delle corsie fast-track e una soluzione cashless integrata: la app vendor con tecnologia tap-to-pay consente al personale di gestire sia ordini digitali sia fisici dallo stesso dispositivo, senza POS tradizionale.

Giacomo Perazzo si è costruito una formazione in economia e management, sta svolgendo un dottorato all’Università di Genova focalizzato su risk management, venture capital e intelligenza artificiale nei processi decisionali, entro il quale ha un incarico da docente nel corso di International entrepreneurship, in cui ogni anno otto studenti vincono borse di studio per viaggi in Silicon Valley, Los Angeles, Boston, Singapore e Shenzhen.

Nei prossimi mesi Perazzo andrà a Boston, su invito della Northeastern University, per esplorare l’espansione nel mercato nordamericano dove PickEat ha già quattro opportunità attive. Ha anche un legame consolidato con il Qatar e collabora con Hub17 per connessioni imprenditoriali tra l’Italia e Doha.

Perazzo descrive le difficoltà di operare in Italia: “Molti club faticano ad allocare budget per l’innovazione e si scontrano con un limite strutturale enorme: non essendo proprietari degli stadi, non hanno un ritorno diretto sugli investimenti legati alle infrastrutture o al food and beverage”.

Il contrasto con Svizzera e Nord America è netto. Là i club possiedono gli impianti, capiscono il valore di una tecnologia che ottimizza i ricavi da partita e accettano un prezzo coerente, mentre in Italia si negozia per lunghi periodi.

Sul fronte degli investitori, il quadro è altrettanto critico. “Nota con rammarico,” scrive Perazzo usando la terza persona del ricercatore, “come l’ecosistema italiano soffra di una profonda avversione al rischio nelle fasi early-stage”. Esistono fondi per il seed in su, ma il pre-seed è quasi assente. Il circolo vizioso è noto: per sviluppare il prodotto servono capitali, ma per ottenere i capitali servono metriche che solo un prodotto finito può generare.

A peggiorare le cose procedure di due diligence estenuanti per ticket da 25mila euro, offerte di “investimento in servizi” invece di capitale reale, bandi pubblici che rilasciano esiti dopo 9-12 mesi. “In un mercato moderno, un anno di attesa significa che il progetto ha già svoltato o è già fallito” aggiunge.

PickEat sta raccogliendo un pre-seed da un milione di dollari. Il round è già al 30% di hard commitment, che sale al 70% includendo i soft commitment. La pipeline commerciale conta oltre 50 trattative attive con club italiani e svizzeri. Gli investitori di riferimento non sono, significativamente, italiani: sono spagnoli, portoghesi e statunitensi.

“Se vogliamo coltivare le eccellenze in Italia ed evitare che la vera innovazione sia costretta a fuggire all’estero dobbiamo snellire la burocrazia e, soprattutto, tornare a finanziare il rischio reale”.

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