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Fruit Logistica dedica alle startup un’area chiamata Startup World. È un angolo della hall 3.1, diciotto stand da undici Paesi, un palco per i pitch. Per trovarla bisogna volerla cercare: non è all’ingresso, non è in un punto di passaggio, non è dove i buyer dell’ortofrutta passano il loro tempo. I buyer stanno nei padiglioni dei paesi produttori, Egitto, Brasile, Spagna, oppure nelle hall dove si tratta il prodotto a volume. L’area startup è per chi ha tempo e curiosità. E a una fiera dove il tempo è il bene più scarso, questo è già un problema.
Eppure, se ci entri e ti fermi a parlare con chi espone, quello che trovi è una radiografia abbastanza precisa di dove sta andando l’innovazione nel settore. Con qualche sorpresa e qualche conferma.
L’ossessione si chiama shelf-life
Il primo dato che emerge camminando tra gli stand è una convergenza quasi ossessiva: la maggior parte delle startup presenti lavora, in un modo o nell’altro, sulla conservazione del prodotto fresco. Shelf-life, packaging attivo, riduzione delle muffe, controllo dell’etilene. Non intelligenza artificiale generica, non droni spettacolari: conservare meglio, più a lungo, con meno chimica.
Noriware, startup svizzera, produce film per il packaging ricavati da estratti di alghe marine. Un materiale 100% bio-based che, secondo la normativa europea PPWR, non è classificato come plastica, il che significa che quando il divieto di plastica monouso entrerà in vigore per l’ortofrutta, loro saranno già conformi. Hanno chiuso un seed round da 4,3 milioni di euro. Un seed round, per il packaging da alghe.
KluraLabs, dal Regno Unito, ha sviluppato un materiale plastico attivo che rilascia gas antimicrobici a bassissima concentrazione all’interno della confezione. Hanno appena lanciato il primo prodotto con Marks & Spencer e stanno testando l’applicazione sul pane: “Possiamo rimuovere i conservanti dal prodotto e metterli nel packaging” spiega uno dei fondatori. “Un pane senza conservanti, nella nostra confezione, dura quanto uno con conservanti nella confezione standard.” Hanno chiuso un Series A.
E poi c’è la storia che colpisce di più.
Un ingegnere polacco, il covid e le celle frigorifere
Adam Kądziela è il CEO di NanoSci, startup polacca con laboratori a Danzica. Il prodotto è un sistema di purificazione dell’aria basato sulla fotocatalisi: elimina muffe, batteri, etilene e composti organici volatili in ambienti chiusi, serre, celle frigorifere, sistemi di trasporto refrigerato. Niente filtri da sostituire, niente manutenzione, consumo energetico tre volte inferiore alla disinfezione UVC.
Ma la parte interessante è come ci è arrivato. “Abbiamo iniziato durante il covid – racconta a Startupbusiness – Io sono ingegnere, dottore di ricerca in chimica. Volevo aiutare, volevo fare qualcosa per la società durante la pandemia. Abbiamo sviluppato un sistema di filtrazione dell’aria per ambienti chiusi come uffici, ascensori, trasporti pubblici”.
Il problema? Nessuno voleva pagare per respirare meglio. “La purificazione dell’aria ha un valore enorme quando salva un pomodoro o una mela. Se salva un essere umano, nessuno è disposto a pagare”. È una frase che andrebbe incorniciata.
Da lì il pivot: la stessa tecnologia che doveva proteggere le persone dal virus oggi protegge frutta, verdura, insalate e olive dalle muffe nei magazzini. “Quando ho chiesto ai primi investitori di finanziare un purificatore d’aria, mi hanno chiesto il ROI. È come chiedere il ROI al produttore del frigorifero. Non è un accessorio. È infrastruttura”.
NanoSci, secondo il team, ha raccolto circa 3 milioni di euro complessivi, di cui 2 milioni dall’EIC Accelerator. Lavora già con produttori in Spagna su frutta tropicale, con aziende di cannabis farmaceutica e con il settore bakery per il controllo batteriologico. In fiera, era uno degli stand dove valeva la pena fermarsi.
La risonanza magnetica sulla frutta
E poi c’è Orbem. Monaco di Baviera, spin-off della Technische Universität München. Quello che fanno è prendere la risonanza magnetica, sì, quella dell’ospedale, e renderla industriale: mille volte più veloce, senza operatore umano, integrata nelle linee di produzione. Scansione in meno di un secondo. Modello di business a servizio: paghi per scansione.
La prima reazione, quella istintiva, è che sia una follia. Fare la risonanza magnetica a un frutto che poi mangi. È il tipo di tecnologia che sembra uscita da un pitch deck troppo ambizioso. Però quando ti spiegano il caso delle uova, cambia tutto.
Il prodotto di punta di Orbem è il Genus Focus: determina il sesso dell’embrione all’interno dell’uovo, in modo non invasivo, in meno di un secondo. Alternativa all’abbattimento dei pulcini maschi, pratica già vietata in diversi paesi europei. Ad oggi hanno scansionato oltre 170 milioni di uova. Hanno appena chiuso un round serie B da 55,5 milioni di euro, con General Catalyst tra gli investitori.
Cinquantacinque milioni e mezzo. Per una startup che fa la risonanza magnetica alle uova. Il confronto con l’ecosistema italiano è impietoso e, forse, inutile.
Orbem sta ora espandendo l’applicazione a frutta e verdura, angurie, avocado, mango, per rilevare difetti interni senza aprire il prodotto. “Dimmi cosa vuoi vedere nell’anguria – dice il team allo stand – Noi creiamo un gemello digitale di ogni singolo frutto”. Non campionamento: ogni pezzo, uno per uno.
Il paradosso dei clienti italiani
Un dato che emerge parlando con le startup internazionali e che non ti aspetti: più della metà di quelle presenti in area Startup World ha già clienti in Italia. Non solo nel biotech o nel packaging, dove l’Italia è storicamente forte. Anche nella robotica, nei droni, nei sensori per serra. L’Italia è un mercato di destinazione per l’innovazione agrifood internazionale, anche quando le startup italiane in quell’area si contano sulle dita di una mano.
AgStacked, olandese, fa quality forecasting con intelligenza artificiale: aggrega dati meteo, dati dalla supply chain, dati dal campo e costruisce previsioni sulla qualità del prodotto in arrivo. Se un container dal Sud America impiega quattro settimane, il buyer sa in anticipo cosa aspettarsi e può prepararsi, stoccando di più da altri fornitori, predisponendo ispettori, organizzando le linee di confezionamento. pre-seed da Heartfelt Capital e APX. Tre co-fondatori che si sono conosciuti a una cena di networking ad Amsterdam nel 2023.
BioScout, australiana con operazioni in Europa, installa sensori nei campi che aspirano aria, catturano spore su nastro adesivo, le fotografano con un microscopio integrato e le analizzano con l’IA. Il risultato è un alert giornaliero al produttore: rischio basso, medio, alto di infezione fungina. Il produttore decide se e quando trattare, con quale intensità. “Abbiamo alcune unità nel sud Italia, non lontano da Bari – racconta il responsabile europeo – Su vigneti e frutteti”. Anche loro: clienti italiani, startup australiana.
Quantified Sensor Technology, ancora dall’Olanda, produce sensori wireless per serre ad alta e media tecnologia. Misurano tutto: acqua, nutrienti, energia, peso del vaso, EC e pH del gocciolatore. Hanno vinto il GreenTech Americas Challenge 2024.
Quello che l’area startup non dice
Il punto non è che manchino le startup nell’agrifood. Ce ne sono, fanno cose concrete, alcune hanno raccolto cifre importanti. Il punto è il formato. Un’area startup in un angolo di una fiera da 2.600 espositori è un segnale: dice che l’innovazione c’è, ma non è ancora integrata nel flusso principale del settore.
I buyer dell’ortofrutta, quelli che decidono cosa finisce sugli scaffali di Coop, Carrefour, Auchan, non passano dall’area Startup World. Non per cattiva volontà: non hanno il tempo. Hanno un giorno, forse due, per vedere fornitori, chiudere contratti, negoziare volumi. L’area startup è per chi ha la curiosità di cercare. E trovare persone curiose con tempo a disposizione, in una fiera così, è estremamente difficile.
Resta il dato di fondo: una startup tedesca raccoglie 55 milioni di euro per fare la risonanza magnetica alle uova, una svizzera ne prende 4 per il packaging da alghe, una polacca trasforma un’idea nata dal covid in un business sulla purificazione dell’aria dei magazzini. In Italia, lo stesso tipo di startup, deeptech, hardware, conservazione, fatica a chiudere un round da 500 mila euro.
Non è una lamentela. È una radiografia. E come tutte le radiografie, mostra quello che da fuori non si vede.
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