Papiri di Ercolano, dalla tech economy la sfida per leggerli con l’IA

Indice degli argomenti

Pensiamo sempre che la storia stia nel tempo trascorso, lontano dal presente e ancora più lontano dall’innovazione. Non è così. E i papiri di Ercolano ne sono la prova più clamorosa.

Il segreto dell’Open Innovation è fare community. Da Marcello Gigante al Vesuvius Challenge, da Napoli alla Silicon Valley: la storia non è archiviata. È una piattaforma aperta.

Cominciamo da un dettaglio che dice già tutto. Quando agli inizi degli anni Novanta iniziai a collaborare con la facoltà di Lettere e Filosofia, mi colpì subito una cosa: un numero sproporzionato di Macintosh rispetto ai PC. Perché? Perché c’era un gruppo di professori che aveva capito prima degli altri il potenziale di quella macchina. I filosofi e gli umanisti non seguono le mode del marketing: sono pratici, e smanettoni quando serve, spesso più degli ingegneri. Avevano riconosciuto in anticipo la capacità del Mac di archiviare, rielaborare e fruire materiali digitali in forma consultativa e conservativa.

Ma c’era anche una ragione tecnica, e insieme culturale: i Macintosh supportavano nativamente qualsiasi set di caratteri, dall’alfabeto dei greci antichi e contemporanei alle lingue più diverse. Era un progetto — un design, avremmo detto oggi — pensato per dialogare con tutti, mentre il PC pretendeva che fossi tu a studiare la sua lingua.

Steve Jobs avrà copiato, e bene, i sistemi di Xerox. Come startup avremmo detto che faceva copycat. Ma il Macintosh aveva per vocazione qualcosa di diverso: l’apertura tipografica, l’interfaccia con dispositivi analogici — macchine fotografiche, scanner, strumenti di laboratorio — e una connessione naturale con le scienze umane. Questo rendeva Apple dominante nelle materie umanistiche, e di conseguenza nella tipografia, nel design, nella grafica.

La tecnologia non era neutra. Era già, allora, un punto di vista sul mondo.

Gigante, i papiri e la comunità come metodo

Prima degli algoritmi, prima dell’intelligenza artificiale, prima delle challenge globali, c’è stato un uomo che aveva capito che quei rotoli neri, fragili, carbonizzati non erano semplici reperti. Erano una biblioteca. Una parte ancora chiusa della nostra memoria, perduta e sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Marcello Gigante era, nel senso più letterale, un gigante. Filologo classico, papirologo, professore e tra i più importanti studiosi dei testi ercolanesi del Novecento — eppure non ti poneva barriere. Andavo spesso a casa sua perché aveva capito prima di chiunque altro una cosa semplice e decisiva: aggiornarsi sull’ultima innovazione, sull’ultimo dispositivo, sull’ultima versione disponibile significava andare più veloci e con capacità maggiori. Era, a modo suo, un early adopter ante litteram.

Gigante non scoprì materialmente la Villa dei Papiri. Quella scoperta era avvenuta nel Settecento, in epoca borbonica, quando durante lo scavo di un pozzo emerse una grande dimora romana, esplorata prima da Roque Joaquín de Alcubierre e poi dall’ingegnere svizzero Karl Weber. Sempre nel Settecento, Antonio Piaggio aveva tentato di aprire quei rotoli senza distruggerli, costruendo una macchina artigianale rimasta nella storia.

Gigante raccolse quell’eredità e la trasformò in missione culturale. Nel 1969 fondò a Napoli il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanesi — oggi a lui intitolato, il CISPE, ospitato nella sede storica di Lettere e Filosofia della Federico II in via Porta di Massa — con un obiettivo preciso: rimettere i papiri al centro della ricerca mondiale e promuovere la ripresa dello scavo della Villa. Aveva intuito qualcosa di molto contemporaneo: l’innovazione non nasce solo dalla tecnologia, ma dalla capacità di costruire comunità intorno a un problema grande. E il problema era enorme: la Villa contiene una biblioteca con migliaia di papiri, alcuni risalenti al II e III secolo avanti Cristo, di cui solo la metà è stata finora letta.

Nel 2001, anno della sua morte, anche grazie alla pressione culturale esercitata per decenni, la Soprintendenza, la Regione Campania e il Comune di Ercolano firmarono un protocollo per uno studio di fattibilità dello scavo della Villa, finanziato dalla Regione con sei miliardi di lire da fondi UE.

Non solo Pompei: perché Ercolano e Oplonti cambiano tutto

Pompei è la città interrotta: strade, case, affreschi, corpi. Un’istantanea urbana che non finisce mai di sorprendere. Ercolano è qualcosa di diverso — più piccola, più ricca, meglio conservata, sepolta non dalla cenere ma dal fango piroclastico che ha sigillato tutto con una precisione quasi chirurgica: legno, tessuti, cibo, papiri. Oplonti è altro ancora: una villa di lusso, probabilmente di Poppea moglie di Nerone, con affreschi che non hanno eguali nel mondo romano.

Tre siti — il Parco Archeologico di Pompei, il Parco Archeologico di Ercolano, il Parco Archeologico di Oplontis — a pochi chilometri l’uno dall’altro. Tre storie diverse della stessa mattina del 24 agosto del 79 d.C. Ognuno da visitare come se fosse l’unico.

A cosa servono i papiri?

A cosa non servono, forse.

Il papiro è stato l’infrastruttura della conoscenza umana per oltre quattromila anni: dal 3000 avanti Cristo fino all’anno Mille dopo Cristo. Il cloud del mondo antico — e il più longevo. Per confronto: il libro come codex ha duemila anni, la stampa cinquecentosettanta, il digitale non arriva a cinquanta. Eppure parliamo di obsolescenza come se fosse un’invenzione recente.

I papiri servono quando tornano a parlare. E quando parlano, non raccontano solo cosa pensavano gli antichi. Ci aiutano a capire come siamo arrivati fin qui: il rapporto tra legge e potere, tra etica e diritto, tra ordine umano e ordine del mondo.

Un esempio lo offre l’opera più importante di Gigante. Nomos Basileus, pubblicata nel 1956, riprende il celebre frammento 169 di Pindaro: “Il Nomos è re di tutte le cose, dei mortali e degli immortali.” Gigante non lo leggeva come semplice comando o arbitrio del potere. Lo interpretava come qualcosa di più profondo: una legge cosmica, fondativa, capace di tenere insieme città, giustizia, convivenza, pensiero.

Ma c’è qualcosa di ancora più prezioso nei papiri di Ercolano, qualcosa che li rende unici rispetto a qualsiasi altra fonte antica: sono chiusi in una bolla del tempo. Sepolti dal Vesuvio, non sono stati reinterpretati, revisionati, selezionati o scartati da nessun vincitore della storia. Non hanno attraversato scriptoria medievali che copiavano solo ciò che ritenevano utile. Non hanno subito censure, riscritture, silenzi strategici. Sono arrivati fino a noi esattamente come erano, congelati in un istante. Una casualità che li rende straordinariamente affidabili — e straordinariamente preziosi.

Per questo non servono solo a ricostruire testi perduti. Servono a riaprire domande senza filtri: cosa tiene insieme una comunità? Che rapporto c’è tra norma e giustizia? Quando la legge costruisce civiltà e quando diventa solo esercizio di forza?

Da Pindaro a Gigante, da Ercolano all’intelligenza artificiale, il filo è lo stesso: il passato non è passato se continua a generare futuro.

L’America in amore con Ercolano

Se l’Italia ha bisogno dell’America per il futuro, l’America ha bisogno dell’Italia per la storia.

C’è un filo americano che attraversa la vicenda dei papiri ercolanesi, lungo e meno noto di quanto meriti.

David W. Packard, figlio di uno dei fondatori di HP, finanziò un progetto di restauro e tutela dell’antica Ercolano in collaborazione con la Soprintendenza e la British School at Rome, dichiarandosi disponibile a sostenere anche la riesplorazione della Villa dei Papiri. Da quell’impegno nacque l’Herculaneum Conservation Project, creato nel 2001 dal Packard Humanities Institute: conservazione, manutenzione, ricerca, valorizzazione. Non semplice sponsorizzazione: investimento culturale, manageriale, scientifico e operativo. Quasi 30 milioni di euro al 2017, una cifra che oggi sembra avvicinarsi ai 50.

E poi c’è la Getty Villa di Los Angeles, costruita negli anni Settanta da J. Paul Getty e modellata direttamente sulla Villa dei Papiri di Ercolano — non sulla villa che si può visitare, perché la Villa dei Papiri non è ancora accessibile al pubblico, ma sui progetti e i rilievi degli scavi settecenteschi. Una copia costruita su carte e misurazioni, prima ancora che sull’esperienza diretta. Una reinterpretazione, un ponte simbolico tra il Vesuvio e la California. Come se quella villa ancora sepolta avesse continuato a generare immaginario dall’altra parte dell’oceano per quasi due secoli — senza che nessuno potesse ancora entrarci davvero.

Vesuvius Challenge: open innovation per la startup più antica del mondo

Oggi quella comunità è diventata globale e si chiama Vesuvius Challenge.

È una sfida internazionale che mette insieme machine learning, computer vision, geometria computazionale, papirologia, archeologia, filologia e open science. L’obiettivo è semplice solo da dire: leggere i papiri carbonizzati di Ercolano senza aprirli, senza distruggerli, senza toccarli. Trasformare un oggetto apparentemente muto in una superficie leggibile attraverso scansioni a raggi X, ricostruzione tridimensionale, srotolamento virtuale e modelli di intelligenza artificiale capaci di individuare tracce d’inchiostro invisibili all’occhio umano.

Il progetto è stato creato da Nat Friedman, Daniel Gross e Brent Seales. I primi due vengono dall’universo dell’innovazione tecnologica — Friedman è stato CEO di GitHub, Gross è un investitore nel campo dell’IA con un passato in Apple dopo la vendita della sua società Cue. Il terzo, professore di informatica alla University of Kentucky, è uno dei pionieri del cosiddetto “virtual unwrapping”, la tecnica che consente di leggere digitalmente manoscritti troppo fragili per essere aperti fisicamente. È questo incontro tra mondi distanti a rendere il Vesuvius Challenge un caso esemplare di innovazione interdisciplinare.

I risultati sono già storici. Premi per 1,8 milioni di dollari già assegnati. Il papiro PHerc. 1667 virtualmente srotolato e letto: non poche lettere sparse, non un frammento isolato, ma un testo continuo con colonne di greco antico tornate leggibili dopo quasi duemila anni. Dentro c’è un trattato filosofico sull’etica, probabilmente di area stoica, con riflessioni sulla natura umana, gli impulsi, il progresso morale.

Ora la sfida accelera: un nuovo premio da un milione di dollari per chi riuscirà a leggere integralmente un altro papiro. Una call mondiale rivolta a sviluppatori, ricercatori, data scientist, classicisti, ingegneri, visionari. Una startup dell’antico, aperta, distribuita, interdisciplinare.

La tech economy che finanzia il passato

Dietro il Vesuvius Challenge non ci sono solo accademici. C’è una rete di sponsor privati dalla scena tech della Silicon Valley, dall’intelligenza artificiale, dalla finanza quantitativa, dall’open source e dalla nuova filantropia globale.

Tra i principali finanziatori: Nat Friedman con 2.250.000 dollari, la Musk Foundation di Elon Musk con 2.084.000, Alex Gerko, fondatore di XTX Markets, matematica applicata e trading algoritmico, con 450 mila dollari, Joseph Jacks di OSS Capital con 250 mila, Daniel Gross con 225 mila, Matt Mullenweg, il nome dietro WordPress e Automattic, con 150 mila, Emergent Ventures con 100 mila, i fondatori di Stripe John e Patrick Collison con 125 mila dollari.

Non mecenatismo tradizionale, non operazione museale. È una mobilitazione privata che mette in palio premi per chi riuscirà a decifrare ciò che resta dei testi sepolti nel 79 d.C. Il denaro della tecnologia contemporanea investito per ascoltare, forse per la prima volta dopo duemila anni, la voce fragile e carbonizzata del mondo antico.

Il paradosso è affascinante: oggi una parte della scoperta del passato viene finanziata da chi ha costruito il futuro digitale.

Mosaico di Nettuno e Anfitrite, uno dei capolavori più intatti e famosi dell’arte romana, risalente al I secolo d.C.

Il punto di innesco

Il digitale, nel frattempo, non è un sistema stabile. L’abbiamo già visto: dai floppy disk agli hard disk, dai CD-ROM alla memoria allo stato solido fino al cloud, ogni generazione di supporti ha promesso eternità e poi ha mostrato i propri limiti. Il digitale è la memoria più performativa che abbiamo, ma la meno stabilizzata, rispetto a un libro, e soprattutto rispetto a un rotolo di papiro che ha attraversato duemila anni sotto le ceneri del Vesuvio.

Dalla community avviata da Marcello Gigante alla community globale del Vesuvius Challenge, da Ercolano alla Silicon Valley, dal pensiero umanistico agli algoritmi open source, la lezione è netta: il patrimonio culturale non è un archivio da conservare. È una piattaforma. Una miniera di conoscenza. Un ecosistema che può tornare a parlare, se sappiamo costruire le condizioni per ascoltarlo.

E Napoli, ancora una volta, non è solo lo scenario della storia. È il punto di innesco.

Antonio Prigiobbo è designer e giornalista dell’innovazione, manager e social investor. Su Startupbusiness scrive di innovazione, ecosistemi e design. (tutte le foto rappresentano vedute del parco archeologico di Ercolano e sono dell’autore)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

SUPPORTA STARTUPBUSINESS

Ti è stato utile questo articolo?

Con una piccola donazione ci aiuti a continuare a produrre contenuti indipendenti.
Vota l'articolo
Condividi

    Iscriviti alla newsletter