28Digital, l’Europa trasformi la ricerca in imprese globali

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L’Europa continua a produrre ricerca scientifica di eccellenza, brevetti e tecnologie d’avanguardia. La vera sfida, oggi, non è generare più innovazione, ma trasformarla in imprese capaci di competere sui mercati globali.

È questa la riflessione centrale che emerge dall’incontro con Federico Menna, CEO di 28Digital (nella foto di apertura), durante il Gitex Europe, la seconda edizione del nuovo punto di riferimento continentale del network Gitex dedicato all’innovazione digitale, all’intelligenza artificiale e alle tecnologie emergenti.

L’occasione è particolarmente significativa: in concomitanza con la manifestazione, 28Digital ha annunciato il lancio del Co-creation accelerator 2026–2027. Si tratta di un programma rivolto alle startup deeptech che punta a colmare uno dei principali punti deboli dell’ecosistema europeo: il delicato passaggio dalla ricerca al mercato.

L’iniziativa mette in relazione le startup in fase iniziale con partner industriali per validare le tecnologie in contesti reali, accompagnando questo percorso con un sostegno finanziario fino a 250 mila euro per progetto. Più che un tradizionale acceleratore, il programma rappresenta un nuovo modello di sviluppo in cui la collaborazione sinergica tra ricerca, industria e investitori diventa il principale motore di crescita.

Dalla ricerca all’impresa: la vera sfida europea

Nel dibattito sull’innovazione si tende spesso a confrontare il Vecchio continente con gli Stati Uniti o con la Cina, evidenziando il minor numero di unicorni o la ridotta disponibilità di capitali di rischio. Secondo Federico Menna, tuttavia, il problema va affrontato da un’altra prospettiva.

«L’Europa non ha un problema di tecnologia. Produce ricerca eccellente, brevetti e innovazione di altissimo livello. La vera sfida è la scalabilità.»

Il tema cruciale, quindi, non è produrre più innovazione, ma creare le condizioni affinché quella già esistente possa trasformarsi in imprese in grado di crescere rapidamente e competere a livello internazionale. Si tratta di una differenza sostanziale: la competitività non dipende soltanto dalla qualità della ricerca, ma dalla capacità dell’intero ecosistema di accompagnare una tecnologia lungo tutte le fasi del suo sviluppo.

Dal ricercatore all’imprenditore, il percorso “from student to unicorn”

Durante la nostra conversazione, Menna sintetizza questa visione con una formula destinata a diventare uno dei pilastri della strategia di 28Digital: “from student to unicorn”.

L’obiettivo non è semplicemente supportare startup già costituite, ma strutturare un percorso continuo che guidi studenti, ricercatori e innovatori dalla nascita di un’idea fino alla creazione di imprese globali. Per raggiungere questo traguardo, secondo il CEO, sono necessari tre cambiamenti fondamentali:

  • diffusione della cultura imprenditoriale nelle università: troppi ricercatori sviluppano tecnologie di immenso valore senza possedere gli strumenti di business necessari per trasformarle in spin-off di successo;
  • superamento della frammentazione nella pre-incubazione: l’Europa dispone di numerosi programmi nazionali ed europei che, tuttavia, operano spesso in modo isolato, senza il coordinamento e la massa critica necessari per competere con gli ecosistemi statunitensi e asiatici;
  • accesso ai capitali per la crescita (growth capital): se il continente riesce ad accompagnare le startup fino ai primi round di investimento, incontra ancora forti difficoltà quando si tratta di finanziare l’espansione internazionale. È proprio in questa fase di scaleup che molte aziende europee sono costrette a cercare investitori fuori dal continente.

La diversità come vantaggio competitivo

Se il talento rappresenta il punto di partenza, la connessione tra i diversi ecosistemi è il vero moltiplicatore della competitività. Per anni la frammentazione geopolitica europea è stata descritta come un limite insuperabile; Menna, al contrario, propone una lettura radicalmente diversa: la diversità europea non è un problema, è un patrimonio.

«Abbiamo eccellenze distribuite in tutto il continente: università, centri di ricerca, imprese e territori con competenze altamente specializzate. La sfida è trasformare questa ricchezza in un sistema connesso.»

L’Europa possiede una combinazione unica di competenze scientifiche e industriali distribuite in decine di hub regionali. Per valorizzarle, 28Digital sostiene attivamente iniziative come le Regional innovation valley, nate proprio per mettere in rete territori, accademia e imprese. L’obiettivo non è clonare la Silicon Valley, bensì creare un ecosistema distribuito, capace di trasformare le eccellenze locali in una rete continentale dell’innovazione.

Collaborare per competere

Connettere gli ecosistemi, tuttavia, non basta: serve una cooperazione più stretta tra università, imprese, investitori e istituzioni. Secondo Menna, nessuno di questi attori può affrontare da solo la competizione globale.

«Né il settore pubblico né quello privato, da soli, possono competere con gli investimenti e la velocità di esecuzione che vediamo oggi in altre parti del mondo.»

L’ostacolo principale è spesso rappresentato da linguaggi differenti e orizzonti temporali incompatibili: le istituzioni ragionano in termini di politiche pubbliche, le imprese rispondono alle urgenze del mercato e gli investitori valutano il ritorno economico. Per superare questo divario sono necessarie piattaforme permanenti di collaborazione, programmi di co-investimento e modelli in cui tutti gli attori condividano obiettivi e rischi.

Quando la regolamentazione crea nuovi mercati

Un altro tema di forte rottura riguarda il rapporto tra normativa e innovazione. Mentre molte startup continuano a percepire il quadro regolatorio europeo come un freno o un costo, Menna lo considera un’opportunità strategica.

«Sempre più spesso la regolamentazione definisce i mercati del futuro.»

Nei settori dell’intelligenza artificiale, della cybersicurezza, della sostenibilità e della salute digitale, comprendere in anticipo la direzione della regolazione (come il temporary framework o i vari Act europei) significa poter sviluppare prodotti già allineati alle esigenze future di imprese e pubbliche amministrazioni. In quest’ottica, la compliance smette di essere un obbligo burocratico e diventa un fattore di differenziazione competitiva. L’Europa può così trasformare la sua tradizionale attenzione alle regole in un vantaggio di mercato.

Dal laboratorio al mercato, il ruolo del Co-creation accelerator

Se la cultura imprenditoriale, gli ecosistemi connessi e la collaborazione strutturata sono le fondamenta, resta una domanda cruciale: come si traducono queste idee in risultati concreti?

La risposta operativa di 28Digital è proprio il nuovo Co-creation accelerator 2026–2027. Il programma interviene nel momento più delicato della vita di una startup deep-tech: il passaggio dalla validazione tecnologica (in laboratorio) alla validazione industriale (sul mercato), superando quel divario critico noto come “valley of death” (la valle della morte).

«Abbiamo scelto di partire dalla validazione industriale perché è lì che molte tecnologie promettenti si fermano», spiega Menna. «Troppo spesso le startup deeptech sviluppano soluzioni eccellenti dal punto di vista tecnico ma faticano a dimostrare il loro valore in un contesto reale. Senza questa validazione è difficile attrarre clienti, investitori e partner strategici.»

L’approccio del Co-creation accelerator rompe con i vecchi schemi dell’accelerazione: oltre al mentoring e alla formazione, il programma punta a mettere rapidamente la tecnologia alla prova. Le startup vengono abbinate a imprese partner pronte a sperimentare concretamente le soluzioni nei loro processi, riducendo drasticamente i tempi di adozione industriale. Il tutto è supportato da un contributo finanziario fino a 250 mila euro, che permette ai team di concentrarsi sullo sviluppo tecnologico e sul modello di business.

Le persone prima della tecnologia

Nei criteri di selezione di 28Digital (che è l‘evoluzione di EIT Digital come illustrò lo stesso Menna in una intervista precedente con Startupbusiness, ndr) , la solidità scientifica è una conditio sine qua non, ma non basta. La vera differenza la fanno le persone.

«Cerchiamo certamente tecnologie solide e differenzianti, ma guardiamo con altrettanta attenzione alle persone. I fondatori che fanno la differenza sono quelli capaci di imparare rapidamente, attrarre talenti, ascoltare il mercato e adattarsi senza perdere ambizione.»

Mettendo il team al centro, il programma offre non solo capitali, ma l’ecosistema relazionale necessario per superare le barriere dell’industrializzazione.

La visione per il 2030, cambio di paradigma

Guardando al prossimo decennio, Federico Menna immagina un’Europa capace di trattenere i propri talenti e di generare un numero significativamente maggiore di scaleup globali. Tuttavia, la metrica del successo non sarà solo quantitativa.

«Il successo non sarà misurato solo dal numero di startup supportate o dagli investimenti mobilitati, ma dalla nostra capacità di contribuire a costruire un ecosistema europeo più connesso, più aperto e più competitivo.»

L’ambizione è consolidare l’Europa come il luogo d’elezione in cui gli innovatori scelgono non solo di fondare una startup, ma anche di farla crescere e quotarla. Il continente dispone di asset unici e difficilmente replicabili: eccellenza scientifica, qualità della vita, diversità culturale, stato di diritto e una visione dello sviluppo tecnologico etica e antropocentrica. In un contesto geopolitico frammentato, questi elementi possono trasformarsi in un fattore attrattivo senza pari.

In conclusione, l’incontro con Federico Menna evidenzia come il dibattito europeo stia finalmente superando la vecchia domanda “come creare più startup?” per concentrarsi su quella più matura: “come costruire un ecosistema capace di accompagnare l’innovazione lungo tutto il suo ciclo di vita?”

Il Co-creation accelerator è la risposta sistemica a questa sfida. Se questa strategia si rivelerà vincente, la futura leadership industriale europea non dipenderà da una singola tecnologia rivoluzionaria, ma dalla capacità di connettere stabilmente persone, capitale, ricerca e industria in un unico, grande ecosistema continentale. (le foto sono dell’autore)

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