Intervista a Anilkumar Dave: a cosa serve l'Agenzia Spaziale Italiana
Anilkumar Dave: il TT è un gioco di squadra, e come nel basket, l’importante è fare canestro!

Oggi il blog 90% below riparte con una bella spinta “propulsiva”! Pubblico, infatti, con enorme piacere, l’intervista realizzata con Anilkumar Dave, Responsabile unità Innovazione e Trasferimento Tecnologico dell’Agenzia Spaziale Italiana che molti di voi appassionati di tech transfer e di spazio, avranno sicuramente avuto il piacere di conoscere e che, personalmente ritengo una delle persone più discrete e preparate sul tema. Lascio a voi approfondire, certa che ognuno di voi troverà interessanti spunti e contenuti. Buona lettura!

Ciao Anil, un piacere poter dialogare con te e condividere con i lettori la tua esperienza. Iniziamo dal principio. Per chi non conoscesse a fondo l’Agenzia Spaziale Italiana, puoi dirci cosa succede al suo interno? Quali sono le attività chiave e la missione? Come è strutturata sul territorio?

Ciao Anna, grazie per l’invito e per l’opportunità! L’Agenzia Spaziale Italiana è l’ente nazionale che sviluppa, coordina e supporta le iniziative ed i programmi nazionali in ambito Spazio con lo scopo di rafforzare la capacità e conoscenza scientifica, sostenere il tessuto industriale e valorizzare la ricerca e l’innovazione. Sono obiettivi assolutamente lungimiranti che cerchiamo di raggiungere attraverso partecipazioni a programmi multilaterali (o bilaterali) con altre agenzie, sviluppando roadmap tecnologiche nazionali, disegnando nuove iniziative per mantenere la posizione di assoluto primo piano dell’Italia nel panorama internazionale. La nuova legge di riordino dello Spazio ha rafforzato la collaborazione con il governo e portato l’ASI al livello del tavolo interministeriale (COMINT) mettendo quindi a disposizione di più attori le sue competenze e le sue infrastrutture (facilities nelle sedi di Roma, Matera, Sardegna e la base di lancio a Malindi). Per usare una metafora cestistica, non siamo dei ‘rookie’ nell’ambito Spaziale ma con una storia di più di mezzo secolo alle spalle e sempre nel campionato principale!

Parliamo un po’ di te…Come sei arrivato ad essere il capo dell’Unità Innovazione e Technology Transfer dell’ASI? Com’è organizzato il tuo ufficio? Chi ci lavora? Con chi ti interfacci?

Alcuni anni fa l’Agenzia si è posta la questione di valorizzare in ambiti non-Spazio i risultati dei progetti tecnologici e delle ricerche congiunte sviluppate con gli atenei ed i centri di ricerca italiani. L’aspetto innovativo è stato quello di rivolgere la selezione verso figure che non avessero il bias dello Spazio ma che conoscessero settori industriali diversi (apparentemente lontani) e che potessero fare velocemente una ‘doccia Spaziale’ portando nuove chiavi di lettura: in quegli anni si iniziò a parlare di Space Economy, trasferimento tecnologico, start-up e brevetti. Dopo una vita personale spalmata su tre continenti ho deciso di stabilire la mia vita professionale in Italia ma mantenendo un forte carattere internazionale (per 10 anni fortemente europeo e per complessivi altri 10 extra-UE tra Stati Uniti, Cina ed India) che mi ha portato a toccare diversi ambiti industriali (finanziario, tessile/abbigliamento/moda, logistica, agro-alimentare, ICT, etc) finché c’è stata l’opportunità di mettere al servizio dell’Agenzia le competenze che avevo maturato negli anni in ambito pubblico e privato. L’unità ITT in ASI attualmente risponde direttamente al presidente ed è formata da competenze eterogenee di estrazione economica, tecnica, legale ed amministrativa … Come in una squadra serve avere tutti i ruoli, dal pivot al play ma tutti con un unico obiettivo condiviso, fare canestro.

Qual è stata la tua esperienza finora? Cosa ti ha dato questo percorso?

Sarei un po’ scontato se ti dicessi che è stata spaziale,  ma devo dire che se da una parte l’entusiasmo è la più grade fonte di energia che ci possa essere, dall’altra non è così scontato portare tecnologie o dati di derivazione spaziale a ‘terra’. È un percorso che non è per nulla semplice né semplicistico: è facile dire che per almeno 36 volte al giorno si utilizzano dati satellitari (navigazione o immagini) o che c’è molto Spazio nella vita di tutti i giorni, ma tutto cambia quando devi convincere un’azienda non-Spazio ad utilizzare tecnologie usate sulla Stazione Spaziale o tecnologie brevettate da centri di ricerca che normalmente si occupano di onde gravitazionali. C’è molto da fare ma ci sono moltissime opportunità e una cosa che ho imparato è che i nostri ricercatori e scienziati hanno grandissime capacità e molte idee che hanno bisogno di essere sviluppate e fatte evolvere in start-up o prodotti. Il lavoro più importante per costruire le squadre vincenti non è solo quello dei procuratori dei grandi giocatori ma, e soprattutto, quello degli osservatori che selezionano i giovani astri nascenti.

 

 

Ci spieghi con qualche esempio di cosa ti occupi nel quotidiano?

Cerchiamo di presidiare tutti i passi della filiera dell’innovazione. L’unità si occupa di sviluppare accordi con università ed EPR italiani che abbiano al centro la trasversalità (ad esempio in questo momento stiamo avviando un progetto congiunto su sistemi medicali per diagnosi da remoto con applicazioni nello Spazio e a Terra); ci occupiamo di ampliare e gestire il portafoglio brevettuale proteggendo i risultati delle ricerche o co-brevettando insieme ad altri centri per favorire il sistema italiano; selezioniamo regolarmente delle start-up che supportiamo insieme alla rete degli incubatori ESA (Agenzia Spaziale Europea); organizziamo e facilitiamo la partecipazione italiana a challenge e competizioni per nuove idee; cerchiamo di fare match-making tra esigenze di aziende non-Spazio e opportunità; partecipiamo a molti eventi per creare consapevolezza delle ricadute delle applicazioni spaziali. Ovviamente il contesto internazionale è molto importante e cerchiamo di mantenere tale dimensione in tutte le attività che facciamo. L’allenamento si deve fare ogni giorno e non solo prima della partita decisiva!

Quali sono gli elementi di forza e di debolezza del sistema del Technology Transfer dei centri di ricerca e delle Università italiane?

È una domanda difficile se pensiamo che le università italiane hanno diversi approcci al trasferimento tecnologico sia dal punto di vista organizzativo (ad esempio non tutti hanno un delegato del rettore per il TT o un dirigente di riferimento) che di obiettivi (brevettare e pubblicare o valorizzare la ricerca e aprirsi alle imprese?). E’ innegabile che l’elemento di forza è la qualità della ricerca e dei nostri ricercatori che però si scontrano con alcune barriere amministrative e con un sistema che non ha sviluppato fino in fondo strumenti finanziari o di valorizzazione. Gli estremi ‘opposti’ al nostro, Stati Uniti ed Israele potrebbero darci degli spunti non per imitarli ma per adattare al sistema nazionale. Una delle prime cose che ho voluto promuovere al mio arrivo in ASI è stato il confronto con altri stakeholder dell’innovazione diventando membri di NETVAL e fondando con NASA e CNES (Agenzia Spaziale Francese) un think tank internazionale denominato “SATTO – Space Agencies Tech Transf Office” partecipato dagli uffici TT delle principali Agenzie. I momenti di crescita più importanti per una squadra sono quelli di confronto con le squadre più forti.

Hai un bel risultato uscito dal tuo ufficio che vuoi condividere con noi? Un progetto di TT che è andato a buon fine e che ha creato valore ed impatto?

Certamente! Vorrei segnalare due risultati ai quali sono molto legato perché hanno rappresentato dei breakthrough per l’Agenzia e segnato l’ingresso in ambito apparentemente ‘lontani’ dal nostro settore. Per la prima volta nel 2019 l’Italia ha partecipato a delle competizioni internazionali per start-up coinvolgendo gruppi di studenti e ricercatori: con nostro grande orgoglio due squadre italiane hanno vinto le due più importati iniziative europee per idee di applicazioni che utilizzano dati di posizionamento satellitare. La gioia dei vincitori nelle foto di rito con l’assegno del premio è forse l’immagine più bella dell’anno scorso. Il secondo risultato è stato l’avvio dell’iter interno per la costituzione del primo fondo di VC Spazio italiano che è finalmente diventato realtà nelle settimane scorse. La sindrome del “non lo abbiamo mai fatto” aveva rischiato di sopraffarci. È il primo caso di questo tipo in Europa e potrà essere uno strumento utile per molte aziende innovative che hanno dovuto faticare negli ultimi mesi a mantenere le proprie posizioni e che non devono perdere terreno nel panorama globale. In verità vorrei citare un altro caso legato alla nuova strategia dell’ASI di ampliamento del portafoglio brevettuale, una domanda di deposito che abbiamo fatto nelle ultime settimane e che potrebbe veramente essere qualcosa di incredibile ma… non posso dirvi di più per motivi di segretezza!

Tu hai una visione, per forza di cose, internazionale. Come vedi l’Italia? Come siamo posizionati nel TT rispetto all’Europa ed alla competizione internazionale?

I fondamentali sono ottimi e basati su competenza e serietà scientifica. Sarebbe facile dire che in Italia si fa poco TT perché le aziende guardano poco ‘dentro’ le università o perché i centri di ricerca vanno poco ‘fuori’ o perché non abbiamo capitali di rischio e investitori lungimiranti. Non è del tutto vero. Il confronto con gli altri paesi europei non gode della stessa ontologia sulle definizioni dimensionali delle aziende o della struttura finanziaria e si paga lo scotto di un ritardo italiano su alcuni temi. Moltissimi giovani ricercatori e ricercatrici italiane sono all’estero e riscuotono ottimi consensi, in primo luogo dobbiamo trovare un modo per far sì che ‘TT’ non sia solo ‘Tech Transfer’ ma anche ‘Talent Transfer’ e successivamente rafforzare la capacità dei nostri centri di ricerca di valorizzare i loro risultati. Personalmente sono convinto che un bravissimo ricercatore non è detto che sia un bravissimo imprenditore (non è scritto da nessuna parte che lo debba essere) o che debba rinunciare alle pubblicazioni scientifiche perché deve brevettare, serve però creare le figure ibride, gli intermediari dell’innovazione che sappiano confrontarsi con lo scenario competitivo globale. Questo è quello che gli altri Paesi hanno fatto e potenziato nel corso degli ultimi anni. Tutti i miei compagni di squadra sognavano di andare a canestro ma era difficilissimo se nessuno passava loro la palla nella maniera giusta ed al momento giusto…

Quanto technology transfer c’è dietro all’operazione SpaceX? Qual è la reale innovazione apportata?

Più che Technology Transfer, SpaceX ha sviluppato un nuovo modello di business che ha letteralmente sparigliato le carte. È proverbiale la segretezza degli sviluppi tecnologici (rigorosamente interni) che partendo da una grande disponibilità economica (che ha permesso di acquistare ed acquisire know-how) hanno poi saputo generare nuove innovazioni. Per certi versi il modello è come quello della prima Apple: si inventa (nel senso di ricerca pura) poco ma si integrano in maniera innovativa tecnologie già esistenti. Il passo successivo di SpaceX è stato quello di accelerare i processi e dimostrare un forte commitment nei confronti del pubblico (NASA), anche in questo senso è proverbiale il ritmo di lavoro dei dipendenti. Il modello di business si basa non solo sull’offerta di un servizio di trasporto (logistico e astronauti) ma sul riuso dei primi stadi, sul recupero di tecnologie e sulla vendita di servizi. A mio parere, il vero grande business di SpaceX saranno i servizi basati su dati satellitari e connettività globale che potrà erogare una volta completata la costellazione Starlink.

 

Se potessi migliorare un aspetto del processo che porta i risultati della ricerca verso il mercato, con riferimento all’Italia, dove agiresti in maniera prioritaria?

Sicuramente agirei sulla parte più critica e debole: il Proof-of-Concept ed il finanziamento Early-stage. È la parte più rischiosa ma anche quella che deve essere più veloce per decidere se ‘scalare’ o ‘abbandonare’ e passare ad altro. La ricerca deve essere libera ma riuscire ad alzare di due o tre punti il TRL di una innovazione in poco tempo fa moltissima differenza nelle successive fasi di valorizzazione. Ci sono pochi centri in Italia che hanno questo ruolo e che sono al servizio sia di imprese che di centri di ricerca. Anche con questo spirito nel 2017 l’Agenzia ha voluto dare vita ad una Fondazione per trasferimento tecnologico in ambito Spazio. La forza della squadra sta nel suo anello più debole.

Qualche sogno nel cassetto per il futuro?

Ovviamente molti! In questi mesi ho approfondito gli aspetti del trasferimento tecnologico dal settore Spazio ad ambiti come il medicale e la riprova delle molte possibilità è stata anche la risposta italiana senza precedenti al bando pubblicato da ASI in collaborazione con ESA e Min. Innovazione per nuove soluzioni in risposta al COVID-19 basate su tecnologie o dati spaziali. Mi piacerebbe moltissimo poter sviluppare l’approccio SpaceTech-for-good sia per affrontare le sfide globali che per generare soluzioni che abbiano un impatto socio-economico nei paesi in via di sviluppo (ndr: ne ha parlato in questo Tedx Talks) Un altro sogno nel cassetto ci sarebbe ma è molto più difficile da realizzare: poter tornare indietro nel tempo e giocare a basket con il fisico di allora ma la saggezza di oggi.

 

Contributor

90% below è il blog di Anna Amati, Partner EUREKA! Venture Sgr che gestisce il fondo, Eureka! Fund I – Technology Transfer, focalizzato in startup, spin-off e progetti cosiddetti POC (Proof of concept) provenienti da una rete qualificata di centri di ricerca partner, nell’ambito dei materiali avanzati e più in generale scienza e ingegneria dei materiali.

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Pubblicato il:

31 Agosto 2020

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