In Italia ogni anno vengono chiusi circa 50 round serie A, ma sette su dieci non portano la startup verso un round successivo. È quanto emerge da un’analisi di Djungle Holding, che evidenzia come lo stock complessivo sia di circa mille startup che hanno raccolto capitale negli ultimi 7-8 anni ma si trovano in stagnazione strutturale, di cui 200 hanno già superato la soglia del serie A. Aziende con prodotto, clienti e ricavi consolidati, bloccate non da problemi di business ma da cap-table congestionate, governance disfunzionali o gap di execution manageriale.
Per superare questa stagnazione nasce a Torino Djungle Bridge, fondo dedicato all’acquisizione e al rilancio operativo di startup italiane post-serie A in stagnazione. Il progetto è stato presentato ufficialmente durante l’assemblea generale dei soci della Holding, in concomitanza con il demo day dell’acceleratore Space for Imagination.
“Negli ultimi anni abbiamo visto da vicino società che fatturavano, avevano prodotto e mercato, ma rischiavano la liquidazione per ragioni di governance o di cap-table, con la perdita di 10, 15, 20 milioni di euro di investimenti accumulati nel tempo. È un’emorragia che il sistema-Paese non si può permettere. L’innovazione è una delle infrastrutture fondative dell’economia italiana e va trattata come tale, con disciplina industriale, ma spesso finisce per essere un giochino autoreferenziale”, dice in una nota Giulietta Testa, CEO e co-fondatrice di Djungle Holding (nella foto con Alessandro Nasi a destra e Davide Vallero).
Djungle Bridge si concentra esattamente su questo segmento. Il fondo Bridge I, con target di raccolta a 50 milioni di euro, prevede 12 operazioni in 5 anni, con ticket iniziali di 1,25 milioni e hold medio di 36-48 mesi. Il modello è il turnaround industriale: acquisizione della quota di controllo a forte sconto rispetto all’ultima valutazione, ristrutturazione operativa, crescita verso il break-even, exit verso operatori industriali o fondi di lower mid-market. Per ogni società il team inserisce executive fractional (CFO, COO, CRO) con track record di turnaround in PMI tecnologiche. L’obiettivo non è inseguire l’iperscalata mancata, ma trasformare le ex startup in PMI tech profittevoli e cedibili, con multipli di uscita attesi tra 6 e 8 volte l’EBITDA.
La fase euforica del 2020-2022 ha lasciato ai fondi venture italiani portafogli sovradimensionati, oggi alla fine del ciclo di investimento. Il follow-on capital si è ridotto drasticamente, come confermano i dati di AIFI/PwC, e fondatori, investitori istituzionali e angel network si sono progressivamente aperti a operazioni di consolidamento. Secondo le stime di Djungle Bridge, sono circa 30 le startup italiane post-serie A con fondamentali solidi e percorso credibile al break-even, ma intrappolate in dinamiche di governance che il venture non è attrezzato a risolvere.
Djungle Bridge si inserisce nell’ecosistema di Djungle Holding, gruppo industriale indipendente fondato a Torino nel 2024 da Alessandro Nasi e Giulietta Testa. I due sono partiti nel 2017 da una piattaforma SaaS B2B di marketing automation per il retail, ceduta nel 2021 a un gruppo industriale torinese con un ritorno di 12,5 volte il capitale in tre anni. Dopo l’exit, Nasi ha guidato la digital unit globale del gruppo, mentre Testa è oggi tra le 40 imprenditrici riconosciute dal ministero delle Imprese e del made in Italy nel settore digitale (Women Excellence Award 2023).
Da quella traiettoria nasce la Holding, che oggi presidia l’intero ciclo dell’early stage con tre verticali: il venture builder Djungle SOLO, l’acceleratore Space for Imagination e il fondo turnaround Djungle Bridge. La base societaria conta 29 soci tra imprenditori, C-level e fondatori di scaleup, con esperienze in Ferrari, Ferrero, Microsoft, Accenture, Ericsson, Geodis, Henkel e Newcleo. Nell’advisory board figurano Francesco Sacco (SDA Bocconi) e Alessandro Messina, ex consigliere di Satispay. A guidare il fondo come managing partner è Davide Vallero, Sloan Fellow della London Business School, con tre turnaround di PMI tecnologiche già completati. Il GP è stato capitalizzato da 7 equity partner early adopter.
“Il venture capital è strutturato per cercare unicorni, ma la grande maggioranza delle startup non lo diventa. Quando un serie A non si traduce in due-tre anni in un percorso di iperscalata, l’azienda finisce in una zona grigia: troppo matura per il venture, troppo piccola per il private equity tradizionale. Bridge si concentra esattamente su quella zona: il rilancio non si fa con il capitale, ma con l’execution”, commenta Alessandro Nasi, co-fondatore e chief strategy di Djungle Holding.
Il roadshow istituzionale di Djungle Bridge partirà a fine giugno 2026 con un incontro dedicato a fondazioni bancarie e investitori istituzionali, propedeutico all’avvio della raccolta del fondo Bridge I, atteso entro la fine dell’anno.
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