sistema economico

Microimpresa, definizione, caratteristiche e requisiti

Quali sono le caratteristiche distintive della microimpresa e qual è il suo futuro nell’attuale scenario economico? Approfondiamo l’argomento in questo articolo

10 Mar 2022

Da sempre in Italia si discute sul futuro delle microimprese, concentrandosi spesso sulla loro scarsa produttività e competizione rispetto alla media europea. Da non dimenticare quanto riportato ultimamente dal report del Group of the Thirty (o G30), nel cui comitato di direzione siede anche Mario Draghi: le microimprese vengono definite “aziende zombie” (zombie firms), imprese non funzionali nel periodo post covid che anziché essere aiutate andrebbero accompagnate al fallimento.

Definizione di Microimpresa

L’Italia con il Decreto Ministeriale 18 aprile 2005 ha recepito la direttiva dell’Unione Europa n. 2003/361/CE definendo la microimpresa un’attività imprenditoriale che occupa meno di 10 dipendenti e realizza un fatturato annuo oppure un totale di bilancio annuo non superiori a 2 milioni di euro.

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Nello specifico una microimpresa è una società che non emette titoli sui mercati regolamentati e che, sia nel primo esercizio per i due successivi e consecutivi, non ha superato due dei seguenti tre limiti:

· Totale attivo stato patrimoniale: euro 175.000;

· Media dipendenti occupati durante l’esercizio: 5;

· Ricavi di vendite e prestazioni: euro 350.000;

I requisiti relativi al numero di dipendenti e al totale del fatturato, o al numero di dipendenti e al totale di bilancio, devono ambedue sussistere e sono cumulativi. È invece prevista l’alternatività tra i requisiti di fatturato e totale di bilancio.

Caratteristiche e differenza tra microimpresa, piccola impresa e media impresa La microimpresa rientra nella definizione di PMI. A supporto, la “Guida dell’utente alla definizione di PMI” pubblicata dalla Commissione Europea nel 2015, è un ottimo strumento per orientarsi e stabilire se un’impresa sia o meno una PMI. La Guida non ha comunque valore legale e non è vincolante per la Commissione Europea che la emana. La raccomandazione 2003/361/CE della Commissione, pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L 124 del 20 maggio 2003, pag. 36, costituisce l’unico riferimento autentico per determinare le condizioni relative alla qualifica di PMI. Di seguito viene riportata la suddivisione della Guida per le PMI in relazione al fatturato e ai dipendenti occupati:

Categoria di impresaEffettivi: unità lavorative-anno (ULA)Fatturato annuoTotale di bilancio annuo
Medie imprese< 250≤ 50 milioni di euro≤ 43 milioni di euro
Piccole Imprese< 50≤ 10 milioni di euro≤ 10 milioni di euro
Microimprese< 10≤ 2 milioni di euro≤ 2 milioni di euro

È la stessa Commissione a sottolineare l’importanza delle misure di assistenza e aiuti comunitari destinati alle PMI. Non solo, ma la definizione di PMI si applica a quegli aiuti di Stato per i quali non esistono orientamenti ad hoc applicabili.

Tipi di microimpresa

Al di là che sia o meno una micro, piccola o media impresa, le sue dimensioni (numero di dipendenti, fatturato e totale di bilancio) non sono l’unico fattore da tenere in considerazione. Infatti anche se a prima vista un’impresa potrebbe rientrare nella categoria della microimpresa, qualora però abbia accesso a ulteriori risorse significative (ad esempio perché è posseduta, collegata o associata a un’impresa più grande), potrebbe non essere ammissibile alla qualifica di PMI. Quindi, per le aziende dalla struttura più complessa, potrebbe essere richiesta un’analisi più accurata per verificare se rientrino nei parametri della raccomandazione sulle PMI.

Autonoma

Una PMI, e quindi anche una microimpresa, è autonoma se:

– è totalmente indipendente, ovvero se non ha alcuna partecipazione in altre imprese e nessun’altra impresa ha una partecipazione in essa.

– detiene una partecipazione inferiore al 25 % del capitale o dei diritti di voto in una o più altre imprese; e/o soggetti esterni detengono una quota non superiore al 25 % del capitale o dei diritti di voto nell’impresa.

– Oppure non è collegata a un’altra impresa tramite una persona fisica

Una microimpresa può rimanere autonoma anche cumulando più investitori ognuno dei quali detenga una quota inferiore al 25 % in un’impresa, purché tali investitori non siano collegati tra loro. Qualora invece fossero collegati, la microimpresa potrebbe essere considerata come un’impresa associata o collegata, a seconda della sua situazione specifica.

Se la microimpresa è autonoma, utilizzerà solo il numero di dipendenti e i dati finanziari contenuti nei suoi conti annuali per verificare il rispetto delle soglie previste.

Un’impresa può ancora essere considerata autonoma, e quindi priva di imprese associate, anche se questa soglia del 25 % è raggiunta o superata da uno dei seguenti tipi di investitori:

– società pubbliche di partecipazione, società di capitali di rischio e business angels;

– università e centri di ricerca senza scopo di lucro;

– investitori istituzionali, compresi i fondi di sviluppo regionale;

– autorità locali autonome aventi un bilancio annuale inferiore a 10 milioni di euro e meno di 5000 abitanti.

Uno o più degli investitori sopraelencati possono avere una partecipazione fino al 50 % in un’impresa, purché non siano collegati, a titolo individuale o congiuntamente, all’impresa oggetto della valutazione per determinare se sia qualificabile come PMI.

Associata

Riguardano quelle imprese che stabiliscono determinate associazioni economiche con altre imprese, senza che una di esse eserciti un controllo effettivo, diretto o indiretto, sull’altra. Sono associate le imprese che né sono autonome né collegate le une alle altre.

Una microimpresa è quindi associata se:

– detiene una partecipazione uguale o superiore al 25 % del capitale o dei diritti di voto di un’altra impresa e/o un’altra impresa detiene una partecipazione uguale o superiore al 25 % nell’impresa oggetto di valutazione PMI;

– non è collegata a un’altra. Pertanto i diritti di voto della microimpresa in un’altra impresa (o viceversa) non supereranno il 50 %.

Un’impresa non è una PMI secondo la definizione, se il 25 % o più del suo capitale o dei suoi diritti di voto è posseduto o controllato direttamente o indirettamente, a titolo individuale o congiuntamente, da uno o più organismi pubblici, al fine di evitare che la proprietà pubblica offra a

queste imprese alcuni vantaggi, in particolare di carattere finanziario, sulle altre imprese finanziate da capitali privati. Inoltre, spesso non è possibile calcolare gli effettivi e i dati finanziari pertinenti degli organismi pubblici. Invece alle tipologie di investitori quali per esempio le università o le autorità locali autonome, che sono considerate organismi pubblici dalla legislazione nazionale, questa regola non si applica. Tali investitori possono detenere una partecipazione totale non superiore al 50% dei diritti di voto di un’impresa. Oltre il 50%, l’impresa non può essere considerata una PMI.

Microcredito

Contro il problema della bancabilità di molte microimprese, il Microcredito si dimostra una forma agevole di finanziamento a loro supporto. Le aziende appena nate o non ancora costituite sono prive di dati storici, ovvero di un bilancio che attesti la capacità dell’azienda di generare dei ricavi, quindi poter avere un flusso di cassa in grado di richiedere un eventuale finanziamento alla banca o ad un ente finanziatore qualora lo si volesse. Inoltre, come riferito in precedenza, il Microcredito è una forma di finanziamento che segue quanto espresso dalla Commissione europea sull’importanza delle misure di assistenza e aiuti comunitari destinati alle PMI.

Caratteristiche

Il Microcredito è una specifica forma di finanziamento erogata da banche o società finanziarie convenzionate con l’Ente nazionale del microcredito (ente pubblico e non economico), che offre una serie di servizi, tutoraggio e assistenza finalizzati all’inserimento al mondo del lavoro di aziende costituite da poco o di aziende non ancora costituite. Altra particolarità del Microcredito è quella di rivolgersi non solo alle imprese individuali, microimprese, società cooperative e Srls, che siano costituite da meno di cinque anni o ancora da costituire, ma anche ai lavoratori autonomi titolari di Partita Iva. Ciò è molto importante perché diversi bandi di finanza agevolata escludono i lavoratori autonomi titolari di una singola Partita Iva, richiedendo invece una forma societaria.

Vantaggi

Il vantaggio principale di questo tipo di finanziamento è di poter beneficiare di un piccolo prestito utilizzando la garanzia del Fondo di garanzia statale: quando ci si rivolge in banca chiedendo un finanziamento, non avendo la possibilità di impegnare propri beni o denaro a garanzia dell’importo richiesto, ci si può scontrare con un rifiuto; in questo caso il Fondo di garanzia interviene mettendo a disposizione un plafond di denaro che va a garantire l’80% della somma richiesta; poi la banca o società finanziaria potrà a sua discrezione richiedere solamente una garanzia di tipo personale, quindi mai garanzia reale, a copertura del rimanente 20% senza dover dare pegno o ipoteca a garanzia, ma solo chirografaria.

Specifiche del microcredito

Il Microcredito è un finanziamento che ha una estensione massima di 40 mila euro e può arrivare a 50 mila in determinate circostanze. Ecco perché questo tipo di intervento va a risolvere il problema della bancabilità delle microimprese e tutte le PMI mettendo una garanzia per l’azienda.

Requisiti di una microimpresa

Secondo quindi la definizione data dalla Commissione europea, è microimpresa qualunque attività economica indipendentemente dalla forma giuridica scelta. Una microimpresa può quindi essere gestita da una ditta individuale, da un professionista che ha scelto un regime iva forfettario, o da una SRL, SNC, SAS. La gestione fiscale della microimpresa va dunque ponderata indipendentemente la forma giuridica sia di persone o capitali. È importante progettare la scelta del regime fiscale per avviare una microimpresa, in quanto eventuali agevolazioni cambiano non solo in base alla tipologia d’impresa, ma anche alla forma societaria scelta.

Microimprese, a che punto siamo

Secondo il famoso report dell’OCSE (2014) Studies and Entrepreneurship, Italy: Key Issues and Policies, fino al 2014, e probabilmente tutt’oggi, le PMI rappresentano la struttura portante dell’economia italiana, costituendo il 99,9% delle imprese, impiegando l’80% degli occupati e producendo il 67% del valore aggiunto, percentuali tra le più elevate di tutti i Paesi OCSE. Inoltre, il 95% delle PMI è costituito soprattutto dalle microimprese (la percentuale più elevata nell’area dell’OCSE). Nel report emerge come la produttività delle microimprese sia relativamente bassa, ed essendo così numerose viene ridotta la produttività aggregata dell’economia italiana: «in futuro l’agenda politica italiana dovrebbe quindi favorire misure volte a incoraggiare la creazione di nuove imprese, rafforzare le microimprese, formalizzare l’economia informale, creare un più vasto settore di medie imprese e far crescere il numero di imprese “a elevato impatto”». Poi con il Covid-19 qualcosa è cambiato. Infatti secondo il report “Reviving and Restructuring the Corporate Sector post-Covid. Designing Public Policy Intervention” del Group of the Thirty, o G30, già citato, l’analisi non ha offerto una risposta coerente alla prospettiva dei dati OCSE: «La recessione del coronavirus sta già spingendo un maggior numero di aziende nella categoria “Solvency-challenged”: gli interventi politici dovrebbero cercare di assicurare che le imprese che sono economicamente vitali, hanno una bassa leva finanziaria, e hanno pronto accesso ai finanziamenti, non siano svantaggiate, e che le imprese che non sono economicamente redditizie con il loro modello di business attuale subiscano i necessari aggiustamenti aziendali o vengano chiuse, contribuendo ad evitare la creazione di imprese zombie».

Sembra quasi che l’intento sia di decimare la microimpresa italiana: ci si aggrappa proprio al fatto che, secondo i dati OCSE, le Piccole e Medie imprese italiane rispetto alla media europea, a quelle francesi, tedesche e spagnole hanno più produttività, mentre le micro no. Ecco che la risposta suggerita sembrerebbe essere quella di rimpiazzare le microimprese con quelle più grandi per tornare a far screscere la produttività.

Microimprese e startup

La maggior parte delle startup italiane nasce come microimpresa o piccola impresa. La differenza tra startup e generalità di microimprese risiede tutta nella portata innovativa della prima, basata spesso su tecnologie, brevetti, innovativi modelli di business, che la rendono molto più scalabile.

Se si prende in esame il focus sull’Italia dell’ultimo studio dell’OCSE, quello prepandemico, OECD SME and Entrepreneurship Outlook 2019, il futuro delle microimprese sembra essere quello rientrante nella categoria di startup: “Lo Startup Act italiano, varato nel 2012, mira a creare un ambiente favorevole per le startup innovative, anche attraverso l’incorporazione “fast-track” a costo zero e procedure concorsuali semplificate. Nel 2018, la valutazione dell’OCSE dell’Italian Startup Act ha mostrato che la politica ha un impatto considerevole sulla crescita delle start-up. Nel 2017 un Piano triennale per la trasformazione digitale della pubblica amministrazione stabilisce un modello di sviluppo digitale per l’efficientamento delle amministrazioni centrali e locali”.

Sempre nel report del Group of the Thirty, le startup nella domanda su quali imprese dovrebbero essere assistite attraverso politiche pubbliche per affrontare i fallimenti del mercato, vengono fatte rientrare in quelle imprese che dovranno essere salvate, perché “imprese che sono economicamente redditizie – nonostante abbiano – una bassa leva finanziaria – e un – accesso limitato ai finanziamenti”. Dunque secondo lo studio per salvarle bisognerà “fornire liquidità o incoraggiare la sua fornitura” consapevoli dell’azzardo derivante dal Venture capital.

Inoltre come modello startup la microimpresa può avere un vantaggio in termini di finanziamenti volti all’agevolazione di nuovi investimenti in fase iniziale e successiva, grazie al private equity, Venture Capital e business angel, e altre misure a sostegno quali acceleratori, incubatori, startup studio e Innovation hub.

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