Brexit, il dado è tratto (forse)

Ma i britannici sono impazziti! È la prima cosa che in molti hanno pensato la mattina del 24 giugno quando, a sorpresa, la brexit è divenuta realtà. In molti, anche tra gli stessi britannici, compresi e in particolare modo quelli che vivono negli altri Paesi UE, sono rimasti letteralmente storditi. Che senso ha chiudersi nel guscio, rimpicciolire visione, ambizioni, isolarsi. Per chi scrive decisamente molto poco, ma così i britannici hanno deciso e se così deve essere, che lo sia in fretta.

Andando un po’ affondo nell’analisi del voto si scoprono però alcune cose che mettono in luce come il futuro, o meglio come chi è più affezionato al futuro, in verità all’Europa ci teneva e anche tanto. Così si scopre che i giovani britannici nemmeno ci pensavano ad abbandonare la UE e l’analisi del voto per fasce d’età è disarmante: da 18 a 24 anni il favore all’Unione ha pesato per il 75%, fino a 40 anni per il 56% (illuminanti i grafici riportati da Politico  e da Financial Times . Il significato di questo dato è facile da intuire: i giovani e coloro che sono nel pieno della loro carriera professionale comprendono pienamente il valore dell’essere europei a tutti gli effetti e per la gran parte queste fasce di età coincidono con la popolazione più urbana e con quella più scolarizzata (ma questo era già stato ampiamento previsto, guardate per esempio l’animazione di The Telegraph in un nostro articolo del 1 aprile.

L’altro dato interessante è appunto quello geografico dove emerge che Irlanda del nord (55,8% per rimanere) e Scozia (62% per rimanere) si sono dichiarate pro Europa con convinzione e il contrasto con l’Inghilterra e parte del Galles è lampante. Plebiscitario è stato il voto a Gibilterra dove oltre il 95% ha votato per restare in Europa, mentre in Inghilterra il sostegno all’Europa è arrivato praticamente solo dalle grandi città: Londra (59,9% per rimanere), Liverpool, Manchester tutte a favore.

Insomma la popolazione più anziana, meno urbana e meno colta di Gran Bretagna ha avuto la meglio e ha deciso per tutti, ha costretto le Borse europee a una perdita di 637 miliardi di euro di capitalizzazione in un giorno e ha creato una spaccatura sociale all’interno del Regno Unito che avrà tante conseguenze quanto la brexit e ipotizzare che questa scelta possa avere più impatto sull’unione del Regno che sull’unione dell’Europa non è per nulla repentino. C’è un video realizzato da The Guardian sul pensiero dei giovani in relazione alla brexit che è illuminante . (E qui però una cosa va detta: i britannici hanno subito pubblicato i dati di affluenza, di voto divisi per fasce di età, per aree geografiche, per percentuali, mentre in Italia, solo pochi giorni prima in occasione delle elezioni amministrative sono stati pure diffusi tantissimi dati, ma non c’è quello per fasce di età che invece sarebbe stato molto utile conoscere, non tanto per sapere chi ha votato cosa ma quanto per conoscere effettivamente quanti sono i giovani che si sono recati alle urne).

Torniamo alla brexit e alle sue conseguenze sul mondo delle imprese innovative, dei finanziamenti in capitale di rischio, della possibilità di operare sui mercati internazionali. Già avevamo analizzato gli scenari possibili prima del voto, ora che il risultato si conosce la situazione appare ancora più incerta e per certi versi drammatica, ma siccome gli innovatori sono lungimiranti essi ci vedono anche un gran bel numero di opportunità. C’è chi vuole insidiare Londra quale piazza finanziaria globale (e una chance se la potrebbe giocare anche Milano visto che la Borsa Italiana è di proprietà della London Stock Exchange, ma certo l’assurdo regime burocratico e fiscale che abbiamo in Italia rende questa potenziale opportunità più una idea destinata a restare sulla carta che una effettiva possibilità).

C’è chi vuole sostituire Londra come capitale europea delle startup con Berlino e Amsterdam, in pole position ma anche Dublino si sta facendo avanti soprattutto sul fronte del settore fintech. CB Insights è uscita con un report decisamente da leggere sia per i dati che riporta sia per il sentiment che è riuscito a fare trasparire  i cui si analizza l’andamento degli investimenti in Vc comparando Uk e Eu , in cui si mette in discussione il ruolo di Londra quale capitale gloable del fintech , in cui si ridisegna il ruolo di investitori e altri attori dell’ecosistema delle imprese innovative e in cui si ipotizza che anche il settore del biotech subirà delle conseguenze rilevanti da questo scenario. Anche alcuni investitori italiani hanno commentato la brexit riporta EconomyUp , disegnando le conseguenze che appaiono essere più negative per il Regno Unito che per il resto dell’unione. Ieri invece il più grande fondo di venture capital europeo Index Ventures ha pubblicato un tweet decisamente pragmatico, in cui si dice pronto a continuare a supportare gli imprenditori meritevoli indipendentemente da dove emergano: dentro o fuori dalla Ue (per la cronaca Index ha sede a Ginevra con uffici a Londra e San Francisco).

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La sensazione è che lo scenario sia ancora ben lontano dall’essere interamente compreso (anche se la BBC ha fatto una bella pagina per rispondere alle domande dei suoi lettori, anche le più bizzarre), ma già la Scozia ha fatto ufficialmente sapere che un possibile referendum per abbandonare il Regno Unito e restare nella UE non è escluso  , mentre il ministro degli esteri spagnolo ha dichiarato che è urgente un nuovo modello di relazione tra Madrid e Gibilterra ipotizzando anche la sovranità congiunta  e dall’Irlanda del nord arrivano voci di possibili aperture all’annessione con la Repubblica d’Irlanda che è un paese della UE e ha pure l’euro .

E intanto il sito web del governo britannico è andato in crash a causa della quantità di sostenitori di un secondo referendum sulla UE .

Si capirà nelle prossime settimane quali evoluzioni ci saranno, si capirà anche che tipo di atteggiamento la UE deciderà di mantenere ma ciò che è successo fino a qui ci offre spunti di riflessione preziosissimi soprattutto quello della profonda differenza tra la percezione che hanno le nuove generazioni che si informano online, che raccolgono opinioni e dati da diverse fonti, che approfondiscono, e le generazioni precedenti che tendono a formarsi attraverso il solo quotidiano che leggono da anni e che per loro è unica fonte di guida e verità. La strada per la democrazia diretta è quella giusta, ma è ancora lunga.

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Pubblicato il:

25 giugno 2016

Categorie:

Editoriali, Must Read


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