Da SiamoSoci a Mamacrowd, l’impatto dell’equity crowdfunding

Mamacrowd è la piattaforma di equity crowdfunding di SiamoSoci, autorizzata da Consob e online, ma non ancora operativa perché in fase di fine tuning. Come la maggior parte degli altri portali autorizzati del resto: su 11 realtà iscritte al registro dei portali autorizzati Consob, a oggi solo alcune hanno alcune effettivamente cominciato a operare, come StarsUp e Unicaseed.

Mamacrowd rappresenta un’evoluzione naturale per SiamoSoci, che attualmente è una “vetrina” per le startup presso un pubblico di investitori potenziali, ma che non fa sollecitazione ponendosi come strumento di visibilità per agevolare deal che poi si concretizzano con una trattativa privata off-line. Il vero strumento di equity crowdfunding di SiamoSoci, il closing del deal, lo dovrebbe fare Mamacrowd, la cui grande innovazione è la velocità delle operazioni: l’investitore registrato può effettuare investimenti in pochi click, con addebito sulla propria carta di credito. Tale funzionalità è però penalizzata dall’ammontare che il singolo investitore può impegnare che oggi ha un tetto di 500 euro per singola operazione (massimo 1000 nell’anno, secondo quanto il regolamento Consob dispone rinviando a procedure MIFID).

La startup che apre la propria campagna può, da parte sua, cercare un fundraising di cifre anche elevate, quindi la verosimile situazione che può profilarsi è che ad esempio in una campagna di 200 mila euro, siano necessarie 400 sottoscrizioni da 500 euro o 2.000 sottoscrizioni da 100 euro. Ciò pone un problema immediato per Mamacrowd vale a dire la gestione di centinaia e potenzialmente di migliaia di sottoscrizioni, operazione che ha un costo e che potrebbe rendere economicamente poco conveniente l’operazione per il portale.

cristiano esclapon_montecarlo“La grande innovazione di Mamacrowd è la velocità con la quale le operazioni di crowdfunding possono essere fatte – dice Cristiano Esclapon, co-founder di SiamoSoci e di Club Italia Investimenti II – abbiamo lavorato e puntato molto su questo, ma attualmente le nostre simulazioni ci indicano che la configurazione attuale della piattaforma, che è quanto il regolamento Consob ci permette, rende incerto il ritorno economico. Gestire la sottoscrizione di centinaia e più sottoscrittori è oneroso e richiede ingenti investimenti in tecnologia per l’automazione dei processi”.

 

La regolamentazione sull’equity crowdfunding è uno degli interventi istituzionali in ambito startup maggiormente controversi degli ultimi anni: per alcuni è utile e anche all’avanguardia nel mondo (sono pochi i Paesi che hanno regolamentato l’equity crowdfunding), per altri un grande freno.

“Non siamo assolutamente contro il regolamento – continua Esclapon – anzi. Purtroppo si porta dietro una serie di complessità che hanno un costo (per gli operatori) dei quali non è ben chiaro come rientrare, fintanto che il mercato è piccolo. Sarebbe sufficiente alzare il limite da 500 a 25 mila euro o semplificare alcune procedure per rendere il tutto molto più sostenibile. Anche il limite dei mille euro annui massimi per persona fisica è un po’ limitativo, in quanto riduce la possibilità per l’investitore di diversificare il portafoglio e quindi di ridurre i rischi.”

Il regolamento sul crowdfunding (figlio del Decreto Crescita bis, 2012) sconta forse il fatto di aver “regolato” un mercato ancora in divenire, redatto dall’organismo di vigilanza, che altro non poteva fare che tutelare gli interessi di investitori retail (non professionali). Il risultato è una disciplina iperprotettiva che si auspica possa essere aggiornata sulla base dei primi feedback del mercato. “Sicuramente in futuro il Mise, la Consob e gli stakeholder dovranno considerare di sedersi intorno a un tavolo e ridiscutere alcuni aspetti della regolamentazione tra cui per esempio la questione dei soggetti chiamati a coprire 5% del capitale sottoscritto da parte di un investitore professionale”.

Grande punto controverso: secondo il regolamento, almeno il 5% delle quote di una startup offerte al pubblico devono essere acquistate da un lead investor cioè un investitore professionale.

“L’introduzione di questa richiesta è a nostro avviso un elemento positivo perché salvaguarda il risparmiatore non professionale, che vuole accedere al crowdfunding, sul fronte della valutazione della startup. D’altro canto pero’ gli investitori professionali contemplati dal regolamento sono le Banche, i Fondi comuni di investimento, le Sim e gli incubatori certificati mentre i business angel e i Venture Capital, che sono quelli che tipicamente investono in startup, non sono contemplati. C’è quindi un disallineamento tra la regolamentazione e la reale filiera dell’investimento in startup innovative. Sarebbe sufficiente che si facesse riferimento agli investitori secondo la classificazione AIM per risolvere questa criticità, perché richiama investitori di diverse categorie, compresi i business angel”.

Alcune modifiche alla disciplina dell’equity crowdfunding potrebbero arrivare molto presto in quanto sia dagli operatori che dalle istituzioni è sentita l’esigenza di dare maggiore impulso al settore. Tra queste vi sarebbe anche la modifica che consentirebbe di ampliare la categoria dei soggetti abilitati a attivare campagne di crowdfunding (attualmente riservata alle startup innovative) ai veicoli d’investimento, cioè a fondi o società di partecipazioni che investono prevalentemente in startup innovative.

Se tale misura dovesse essere approvata, l’investitore retail avrebbe la possibilità non solo di investire in una singola startup, ma in un organismo che si propone con un portfolio di startup. Misura positiva, secondo Esclapon “Questo possibilità permette al singolo investitore di raggiungere un numero ideale d’investimenti per abbattere il rischio”.

“L’equity crowdfunding trasforma il popolo dei risparmiatori in investitori. Attualmente le nostre stime più ottimistiche conteggiano circa 500 business angel in Italia, ma ne servirebbero 500 mila. Mamacrowd vuole essere un vivaio di business angel e avvicinare il mondo del risparmio a quello dell’innovazione, offrendo uno strumento online semplice, chiaro e trasparente che permette la diversificazione degli investimenti e quindi un minor rischio. Ma ci vuole anche l’intervento pubblico, che non significa mettere delle risorse economiche, ma intervenire su altri livelli, partendo da semplificazione amministrativa e dagli sgravi fiscali. I capitali privati sono la leva per la ripresa in Italia, ma bisogna attrarli sull’investimento in innovazione con degli incentivi e quello più sensato è l’agevolazione fiscale sugli investimenti in startup. Una detrazione del 19% come quella attuale, è sicuramente un primo passo importante ma non sufficiente: bisognerebbe portare all’80% lo sgravio per chi reinveste o fa investimenti di lungo termine, e detassare completamente le plusvalenze su questo tipo di investimenti. Solo così l’investitore informale può assorbire il rischio.”

Parallelamente allo sviluppo (e in attesa del lancio) di Mamacrowd, SiamoSoci, continua la sua marcia e dopo 4 anni di attività, sta assestando il passo.

Sono 11.772 gli utenti attivi, (con una crescita di 300 nuovi account al mese). Le startup sono 3.370, con una crescita pari a 58 nuove organizzazioni su base mensile.

Dalla nascita della piattaforma, sono state 90 le startup che hanno attivato la campagna, 28 quelle che l’hanno completata o hanno superato il 100% delle manifestazioni di interesse (tra cui Wib, Wanderio, Sailogy, Le Cicogne, Atooma). In totale, le imprese innovative hanno raccolto un capitale di di oltre 10.000.000 di euro dai business angel incontrati su SiamoSoci. La squadra di SiamoSoci conta attualmente 8 persone impegnate full time e 2 collaboratori. Una squadra giovane, che comprende oltre al Ceo Daniele Dellafiore (già startupper e fondatore di StartMiUp) un mix di personalità con forte background tecnico, finanziario, comunicazione, Crm.

 

(immagine in evidenza: Crowdfunding, Rocio Lara)

 

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Pubblicato il:

10 dicembre 2014

Categorie:

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