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Il ruolo delle startup per innovare la società

La domanda di beni e servizi permane in uno stato di debolezza. Ci vogliono politiche macroeconomiche che rinvigoriscano i consumi privati mettendo più soldi nelle tasche dei lavoratori. Sennonché l’onda crescente della società imprenditoriale basata sulla conoscenza è un game changer che muta il quadro istituzionale.

Politiche intenzionali per il ritorno al pieno impiego nel quadro della società industriale, con il ruolo prevalente rivestito dal binomio impresa-lavoro dipendente, finiscono seppur non intenzionalmente col allocare le risorse a svantaggio della società emergente, così ritardando il tempo di adattamento al nuovo contesto che va formandosi.

Alla stagnazione secolare paventata da Lawrence Summers già Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, e contraddistinta da eccesso di risparmio e da scarsità di validi progetti di investimento, hanno finora contribuito il pensiero corporativo, gli umori e la miopia dei decisori politici. Costoro si trovano quindi a un punto di svolta. Essi possono volgere le spalle all’indietro analizzando una pletora di dati statistici e modelli econometrici che inducono a potenziare ciò che è stato nei tempi andati, oppure possono guardare in avanti, in direzione della società imprenditoriale della conoscenza ancora relativamente povera di dati riconosciuti dalle autorità statistiche, ma ricca di eventi che stanno cambiando il panorama economico.

La speranza d’intraprendere

Lanciare un’impresa personale o collettiva è una speranza che nasce da aspirazioni e ambizioni oltremisura. Oggi, una nuova creazione d’impresa in un’ampia gamma di attività economiche dovrebbe essere aperta all’innovazione, competitiva e internazionalizzata. Insieme, le startup innovative forgerebbero società meritocratiche. È ancor più importante che le neonate crescano bene.

Rispetto a quelle che ristagnano negli strati più bassi dell’imprenditorialità, le startup che viaggiano ad alta quota creano le condizioni per un’economia imprenditoriale che ribalta la cultura e le regole prevalenti nella società e, in particolare. nelle organizzazioni governative. Limitarsi a eseguire le istruzioni, non fare errori, evitare il fallimento, non prendere iniziative, restare in attesa di istruzioni, rimanere entro i limiti del proprio livello occupazionale: sono questi gli ostacoli che umiliando idee e sogni aumentano i costi sociali della Grande Trasformazione.

Attraverso una densa e ben connessa rete di relazioni che facilita la nascita di comunità senza frontiere alcune tra decisori politici, università, vecchi e nuovi imprenditori, imprenditori seriali e investitori, si creano le condizioni per far lievitare il numero delle startup che si portano in alta quota, così sviluppando reddito e occupazione, rispetto a quelle che ristagnano negli strati bassi dell’imprenditorialità. A quelle comunità dovrebbero prestare attenzione le politiche pubbliche che intendessero far prendere all’occupazione l’ascensore delle startup innovative capaci di creare valore attraverso una crescita robusta e sostenibile.

Come mostrano le cifre fornite dal Global Entrepreneurship Barometer (GEBAR) del Mason Center for Entrepreneurship and Public Policy, il mondo stava operando al 25% di capacità imprenditoriale nei primi anni Dieci del secolo corrente. Un dato che è apparso molto incoraggiante in presenza di neo imprenditori innovativi e pronti a espandere i mercati, rimettendo così in moto esportazioni, crescita economica e occupazione. Il caso americano è una prova a sostegno dell’affermazione che la creazione netta di posti di lavoro è molto più alta tra le giovani imprese che nel gruppo delle mature. Nelle prime, quattro su dieci assunzioni sono nuova occupazione; nelle seconde, meno di una su dieci (tra 0,25 e 0,33). Quel 25% potrebbe salire al 45% entro il 2052 se i governi decidessero di sbarazzarsi delle politiche che riflettono il passato e a combattere la corruzione – i due maggiori impedimenti all’aumento della capacità imprenditoriale.

Quando la capacità imprenditoriale è debole e la velocità di circolazione dell’imprenditorialità è bassa, vuol dire che sono entrati in gioco fattori frenanti. Le università muovono con lentezza la conoscenza dal suo punto di origine allo sbocco imprenditoriale. Le imprese sono sterili nella produzione di startup innovative sia attraverso spin-off da loro incoraggiati, sia perché i dipendenti decidono di mettersi in proprio. Dai ridimensionamenti aziendali non scaturiscono forti motivazioni all’imprenditorialità manifestate da una larga parte del personale che ne è coinvolto. Latitano i nuovi eroi imprenditoriali i cui successi sono fonte d’incoraggiamento per altri aspiranti e neo-imprenditori.

L’interrogativo che resta aperto è se i decisori politici vogliono e sono in grado di mettere in campo un sistema di regole che sia semplice, prevedibile e coerente con l’impegno di fare affidamento sulle più innovative forme e forze imprenditoriali.

 

* Questo articolo è estratto da Piero Formica, Grand Transformation to an Entrepreneurial Economy: Exploring the Void, Emerald Group Publishing, New York, 2015

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Pubblicato il:

09 gennaio 2017

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